Gheddafi a Roma in viaggio d'affari

ROMA.Muammar Gheddafi atterra a Ciampino oggi a mezzogiorno. Un arrivo confermato dopo il ricorrersi di notizie sulle false partenze, quello del leader libico che inizia il suo quarto soggiorno nella capitale con 24 ore di anticipo rispetto ai festeggiamenti per il secondo anniversario della firma del Trattato di amicizia tra Italia e Libia, datato 30 agosto 2008. Già definita la scaletta di domani tra un convengno ed una mostra fotografica all'Accademia libica e la sontuosa festa (800 gli invitati) nella caserma di Tor di Quinto, con tanto di spettacolo di cavalli berberi (ben 30, anche loro attesi per oggi, ma a Fiumicino) e carosello dei carabinieri. E chissà se come l'anno scorso Gheddafi terrà una lezione di Corano a beneficio di avvenenti ragazze. L'agenzia Hostessweb sembra abbia già allertato centinaia di hostess e, questa volta, anche di steward. Avvolto dal mistero invece, il programma di oggi. Cosa farà il colonnello dopo aver piantato la tenda beduina nella residenza dell'ambasciatore libico, in via Cortina d'Ampezzo, sulla Cassia, già presidiata dalla polizia? Non un giro nelle aziende del presidente del Consiglio, a sentire l'ambasciatore Gaddur. Intanto, torna a farsi sentire l'Italia dei valori che ha già annunciato contestazioni al seguito del «teatrino del beduino». «Si inchinerà di nuovo a Gheddafi» afferma il portavoce Idv, Leoluca Orlando, sottolineando la natura esclusivamente economica dei rapporti tra i due leader. Replica Margherita Boniver, Pdl, sostenendo che il Trattato porterà «grandi vantaggi». (a.d'a.)

di Gigi Furini
MILANO.Italia e Libia un po' di affari li hanno sempre fatti, un po' per motivi di vicinanza e un po' per il mare di petrolio e gas che sgorga dal deserto libico che viene poi raffinato e venduto nel nostro Paese. Però la svolta vera e propria avviene nel 2008 quando Berlusconi e Gheddafi firmano il Trattato d'amicizia bilaterale. A quel trattato avevano lavorato anche i governi precedenti, perché bisognava pur chiudere le ferite della guerra e la Libia era in attesa, dal 1945, di un risarcimento. Invece, con il «Trattato» firmato dal Cavaliere, un risarcimento per danni di guerra è diventato un patto d'amicizia. Anzi, di più. Ecco, allora, gli intrecci d'affari fra Italia e Libia (e tra le società del premier e quelle di Gheddafi).
Eni.La società petrolifera italiana, con la maggioranza ancora nelle mani del ministero del Tesoro, estrae 800mila barili di petrolio al giorno in Libia. Ora i fondi libici hanno l'1% di Eni, ma è del dicembre 2008 la nota di Palazzo Chigi che informa come la Libia volesse salire al 10%. Adesso se ne riparla e si dice addirittura che i libici sarebbero pronti a entrare con il 15%.
Unicredit.Nelle scorse settimane la Lybian Investment Authority (un fondo sovrano governativo con 50 miliardi di euro da investire) è salita dal 2% al 7,05% di Unicredit. Una bella mano i libici l'avevano già data alla banca di Alessandro Profumo nell'ottobre 2008, ai tempi del fallimento di Lehman Brothers, anche se, a ben vedere, i libici stanno in quella banca da 13 anni, da quando entrarono nel capitale di Capitalia (ex Banca di Roma) poi confluita in Unicredit. A Capitalia c'era Cesare Geronzi (ora sulla poltrona più alta di Generali), che dice: «I libici sono gli azionisti migliori che abbia mai avuto». L'avanzata dei libici in Unicredit non è ben vista dalla lega Nord che strilla con il governatore veneto Zaia e il sindaco di Verona, Tosi (in Unicredit sono confluite le Casse di Risparmio di molte realtà del Nord, comprese Treviso e Verona). Umberto Bossi, invece, si affida a Ponzellini. «L'abbiamo messo li noi», dice.
E quando dice «li», intende la Banca Popolare di Milano, di cui Ponzellini, ex allievo di Romano Prodi all'Iri, è presidente. Il pensiero del Senatur è questo: Unicredit resti nelle mani delle Fondazioni (che hanno i cda espressi dalle amministrazioni locali) in modo che anche la Lega possa dire la sua in tema di banche e affari, e Gheddafi se ne vada da un'altra parte. Però, e questo la Lega lo deve mettere in conto, non è forse Ponzellini l'uomo che potrà fare questa operazione, se è vero che lo stesso è anche presidente di Impregilo, molto interessato alla lunga autostrada (1700 chilometri per 2,3 miliardi di spesa) che imprese italiane dovranno costruire in Libia.
Sirti.La società italiana da sempre impegnata nel settore delle infrastrutture per le telecomunicazioni sta piazzando 7 mila chilometri di cavi in fibra ottica in Libia.
Juventus.Dopo essere entrati e poi usciti, con i fondi governativi, nel capitale di Fiat, ai libici resta il 7,5% della Juventus, un investimento di non grande valore (tutta la Juve vale 176 milioni) e scarsa redditività.
Mediobanca.Unicredit è il maggior azionista di Mediobanca dove una quota del 5,5% è posseduta da Fininvest e Mediolanum. Tra i soci di Piazzetta Cuccia, con un pool di azionisti francesi accreditati di un 10-15%, c'è Tarak Ben Ammar (fidatissimo di Berlusconi) e Mediobanca potrebbe essere il «cavallo di Troia» per conquistare vecchia salotti buoni, da Telecom a Rcs (che controlla il Corriere della sera) a Generali dove, guarda un po', ritroviamo Geronzi (l'uomo che per primo ha aperto la porta a Gheddafi).
Il cinema.Infine Berlusconi è socio di Gheddafi in prima persona, se è vero che Trefinance (controllata al 100% da Fininvest) e Lafitrade (controllata da Lafico, la principale finanziaria governativa libica) hanno quote in Quinta Communications, società francese guidata da Ben Ammar.

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