Nella reggia di «O pazzo» Marmi, trono, solarium e spranghe per gli affari

'O' Pazzo" chiude lo sportello della Mercedes vecchia di un mese e lascia la mazza da baseball con la scritta nera 'Live to ride" nel baule. Non ne ha bisogno, è nel suo regno. Nella silente Nonantola lascia all'esterno le mura antiche e povere, apre il portone e si immerge nel luccichio dei marmi preziosi, guarda la scalinata che si innalza quasi a toccare gli stucchi del soffitto, appoggia i mazzi di chiavi d'auto della sua 'squadra", sale nello studio e si accomoda sul suo trono. Un trono dorato, con stoffe preziose. Il lettino solare? Dopo aver sbrigato qualche affare.
Alfonso Perrone, 45 anni, ex autista di Zagaria, ora a capo della nuova cellula del Clan dei Casalesi e della rete di estorsioni su tutto il territorio, si era creato a suon di cazzotti e mazzate una reggia. Come nel film Scarface, l'uomo delle retrovie che si è trovato al comando ha voluto fare le cose in grande: una casa che all'esterno sembra povera e che quindi non dà nell'occhio, una residenza faraonica all'interno, in perfetto stile sudista, camorristico per la precisione. Una opulenza ostentata nei marmi pregiati sui pavimenti, nei bagni, nelle scalinate che dal pian terreno portavano al primo e al secondo piano. Mobilia sfarzosa unita al meglio della tecnologia, dai tv schermo piatto, ai computer, fax, segreterie, cellulari e anche, in un corridoio, un lettino per prendere il sole in casa, un po' di raggi Uva. Alle finestre, per la privacy da non violare mai, tendine oscuranti. La tecnologia al top schierata tutta attorno al consolidato e antico simbolo del potere, un trono dorato. Li era solito sedersi Alfonso Perrone, in arte O' pazzo, quando concedeva a Nonantola la sua presenza cosi contesa tra le altre sei o sette case di suo utilizzo comune (a Modena in via Monte Sabotino, a Mantova dove ha la residenza ufficiale, nella Bassa modenese). Quando infatti la polizia ha voluto far scattare le manette, gli agenti hanno dovuto fare il giro delle proprietà per trovarlo. In una delle sue case, ovviamente ora sequestrate e ovviamente di proprietà di amici, parenti e affiliati, la polizia ha trovato settemila euro in contanti in un cassetto, e qua e là otto orologi, leggasi quattro Rolex, un Phatek Philippe, un Cartier... insomma, 'roba" per almeno centomila euro. Chissà quale portava al polso quando solcava le nostre strade su uno dei pochi beni a lui intestati, la sua mitica e fedele Fiat 127 colorino chiaro del 1972 (per la festa c'era una sempreverde Golf). Ma quando doveva lavorare, allora lui e la sua banda avevano uno schema operativo ben preciso. Perchè comprare auto con i soldi delle estorsioni, che tanto arrivavano mensilmente? Meglio fare pagare le rate dell'auto mensilmente alla vittima predestinata. Ovvero O' Pazzo andava dell'imprenditore edile campano e ordinava: «Questo mese mi serve una Bmw, vai da quel concessionario, paga subito la prima rata del leasing e poi passami l'auto e dammi le chiavi». Cosi Perrone o un altro del clan aveva l'auto nuova, la vittima il suo pizzo da pagare, ovvero il leasing al concessionario. Una abitudine, tanto che la banda poteva contare su un parco auto di tutto rispetto, come testimoniano i mazzi di chiavi di vetture ritrovati in possesso a Perrone. Quella delle auto era una forma di estorsione indiretta, sotto forma di rate 'pulite", come lo stipendio e il lavoro garantito alle sue pupe straniere o a quelle di suoi fedelissimi. Moldave o comunque dell'Est, belle e rigorosamente in gravidanza: 'l'amico" ristoratore, pur al completo di personale ma per evitare mazzate, le ha dovute assumere garantendo stipendio, messa in regola, maternità pagata. Gli argomenti di Perrone erano convincenti: non aveva con sè una ventiquattrore ma la mazza più che da baseball da motociclista americano, con la scritta nera 'Live to Ride" e una spranga all'esterno rivestita di plastica, all'interno con l'anima di ferro. Non aveva il navigatore, ma uno scanner, una radio per captare le comunicazioni delle forze dell'ordine.
Non aveva altri biglietti da visita, solitamente bastavano le mani i cui pugni avevano ridotto a quadro di Arcimboldo il volto di un cameriere che aveva osato 'snobbare" uno del clan. Perrone, O' Pazzo: figurava in passato affiliato al clan Beneduce. Era molto vicino al boss Alberto Beneduce, ucciso nell'estate nel 1990, trovato carbonizzato in una Mercedes nelle campagne di Sessa Aurunca. I Beneduce erano negli anni 80/90 i referenti dei Casalesi nei Comuni di Baia Domitia e Cellole e erano legati da particolari rapporti con la famiglia di Michele Zagaria.

Stefano Totaro