Gianni l'estroso, Eugenio il santissimo



Quelli che seguono sono alcuni stralci del libro intervista «Carlo Caracciolo - L'Editore fortunato», a cura di Nello Ajello, edito da Laterza.

La guerra civile. Conservo nitido nella mente un episodio di guerriglia legato al nostro compito di impedire il passaggio dei contrabbandieri tra l'Italia e la Svizzera. Eravamo solo quattro in quel momento - fra noi un operaio di Sesto San Giovanni e un medico di Padova a nome Salvini - in una casupola intorno a un piccolo falò, quando sentimmo una sparatoria: una pattuglia di fascisti aveva aperto il fuoco. Una decina di compagni, che s'erano fermati più in alto sul pendio, vennero colpiti e uccisi. Di noi i nemici sembravano non essersi accorti. Io stupidamente sto togliendomi le scarpe quando vedo uno che mi spara contro. Sparo a mia volta, forse lo ferisco. Poi cerchiamo di fuggire, inseguiti. L'operaio viene colpito a morte. Il medico mi dice: «Guarda, non c'è nulla da fare». Gli rispondo che non me la sento di lasciarlo li: forse, se i fascisti si allontanano, riusciamo a trasportarlo. Il ferito ci esorta ad andar via. Mentre ci consultiamo sussurrando fra i cespugli a qualche metro dal ferito, sentiamo un colpo di pistola. S'è suicidato. Quell'orribile guerra includeva simili traumi».
L'incontro con Scalfari. Avevo incontrato occasionalmente il solo Scalfari nei primi anni cinquanta, a Milano. Poco più che venticinquenne, era alla Banca nazionale del lavoro, nell'ufficio Esteri. Di lui mi colpirono la simpatia, l'intelligenza, la prontezza.(...) Gli proposi di dirigere «Rivoluzione industriale», un periodico che si interessava di petroli. Scalfari riflettè, e in breve declinò l'offerta. Avremmo ripreso a vederci proprio nel 1955, quando stava per nascere «L'Espresso».(...) Scalfari emanava sicurezza. Camminava eretto. Il mio amico Luigi Bertett diceva: «Porta in giro la testa come il Santissimo».
La nascita dell'EspressoIl principio, almeno nella mia ottica, si collega ad una figura che ho ricordato più volte: il mio vecchio amico Riccardo Musatti. Lasciato il giornalismo che vari anni prima ci aveva visti lavorare assieme, egli adesso faceva parte di qual gruppo di intellettuali che si erano raccolti attorno ad Adriano Olivetti e al movimento Comunità da lui fondato. In Musatti l'imprenditore di Ivrea aveva grande fiducia, lo considerava il suo uomo nell'editoria. Nella tarda estate del 1955, quando, dopo varie ipotesi alternative e ripensamenti - si era parlato sulle prime di un quotidiano, con la partecipazione dell'Eni di Enrico Mattei - Olivetti decise di fondare un settimanale, Musatti mi propose di collaborare all'iniziativa. Gli obiettai: «Ma io non ho una lira». Replica rassicurante: «I soldi li mette l'ingegnere Adriano. Per la tua quota, da stabilirsi, ti farà un prestito». Cosi partimmo.(...) Il giornale esordi in maniera aggressiva. Le sue inchieste facevano scandalo, lasciavano il segno, disturbavano i potenti.
Il poker e gli scacchi.A poker l'azzardo nasce dall'imponderabile che si nasconde nella carta, e il talento del giocatore si misura sulla sua capacità di calcolare il rischio mentre scruta la psicologia degli avversari.(...) A scacchi l'astuzia, che è propria del pokerista e che può rasentare la violenza, si tramuta in riflessione. Se perdi a poker ti dispiace perché hai dissipato dei soldi. Se perdi a scacchi ti rammarichi di essere stato il più stupido in campo.
Con il cognato Gianni Agnelli. Ricordo che mi chiamò un pomeriggio convocandomi in serata a Torino, a casa sua. Doveva essere maggio. «Prendi un aereo e vieni, domani andiamo sulla Costa Azzurra». Mi fa alzare la mattina alle cinque e dopo un po' montiamo su un piccolo aereo. Quando mi sveglio siamo sulla Costa Azzurra, ma è brutto tempo. «Missione fallita», mi annunzia Gianni, il quale - apprenderò più tardi - è un meteoropatico. «Atterreremo a Malta». ma troviamo pioggia anche li. «Allora dirottiamo verso Roma», propone ancora.(...) La Costa Azzurra era la sua destinazione preferita. Una volta, impediti dalla pioggia di goderci Nizza, dove eravamo atterrati, Gianni decise: «Proseguiamo per Parigi». Ma io gli obiettai che ero vestito da spiaggia: pantaloncini, maglietta, zoccoli. «Come faccio?». «Io ci vado, tu arrangiati».
L'alba della «Repubblica».La notte fra il 13 e il 14 gennaio 1976 eravamo riuniti nell'ufficio di Scalfari ad aspettare le prime copie del nuovo giornale. C'erano, oltre a me e Eugenio, Giorgio Mondadori e Mario Formenton. C'erano Gianfranco Alessandrini e Lio Rubini. Ricordo tra i giornalisti, Andrea Barbato, che fu il vice di Scalfari per breve tempo, e Gianni Rocca, inizialmente caporedattore e poi vicedirettore e infine condirettore del quotidiano. C'era Mario Pirani. C'era Sandro Viola. C'era Gianluigi Melega. C'era Giorgio Forattini. Si dormi poco. Quasi per nulla. Commozione. Brindisi...