Tanzi: ero all'oscuro della grande truffa

MILANO. Ha affermato di non aver mai «ideato» nè di aver «avuto consapevolezza» che potesse nascere «la grande truffa in danno dei risparmiatori» e men che meno di aver immaginato che i bond, riservati agli operatori specializzati, «potessero in maniera capillare finire nelle tasche di tanti privati». Calisto Tanzi fa il bis e a distanza di due anni e mezzo ritorna a Milano al processo per il crac di Parmalat.
Crac di cui, come ha sempre ripetuto, è corresponsabile insieme alle banche, in particolare Bank of America contro cui ha puntato il dito. Cosi ieri mattina, l'ex patron di Parmalat ha festeggiato il compleanno rendendo dichiarazioni spontanee in un'aula di giustizia. «Non è il massimo, ma sono i casi della vita», ha detto senza replicare a chi gli ha fatto notare che l'aver compiuto 70 anni, in base alla ex legge Cirielli, significa che in carcere non tornerà più comunque vasa. Seduto in prima fila, con al fianco i suoi tre difensori, Filippo Sgubbi, Giampiero Biancolella e Fabio Belloni, Tanzi ha preso la parola poco dopo l'apertura d'udienza, una delle ultime in calendario e che fa presupporre l'arrivo della sentenza a metà dicembre. Leggendo un documento, poi depositato, ha esordito confermando di essere «responsabile del default di Parmalat», anche se lui non ha mai occultato capitali e «non esiste un tesoro di Calisto Tanzi». Nel tentativo di convincere i giudici che «questo processo è costellato da affermazioni» non veritiere e di sgombrare il campo da sospetti su una sua reticenza, ha inoltre depositato al Tribunale vecchi verbali non più ‘omissati' relativi al capitolo ‘fondi ai partiti'. Non ha negato la sua «intensa attività di sostegno ai politici e ai partiti, sia in Italia che all'estero. Alcuni finanziamenti costituivano una mia esigenza di contributo alle idee, altri un'attività di lobbing e, quindi, rivolti al sostegno della Parmalat». Dopo aver detto di aver fornito a inquirenti e investigatori tutte le informazioni necessarie, per sostenere che la politica non ha alcun potere sul mondo finanziario, ha aggiunto: «per mia esperienza non esiste alcun uomo politico, almeno fra quelli che io conosco, che possa avere il potere di indurre un banchiere a deliberare quanto meno uno soltanto degli importi finanziati alla Parmalat, o indurre un banchiere a diventare lead manager, cioè il garante del collocamento di un bond sul mercato, senza che l'istituto di credito ne tragga un lucro più che apprezzabile». Da qui Tanzi è partito all'attacco delle banche - la situazione finanziaria del gruppo è «stata distorta da un gioco di specchi» -, passando in rassegna il ruolo svolto da Chase Manatthan Bank che poi ha passato il testimone a Bank Of America. L'istituto statunitense, che aveva rapporti stretti con l'ex direttore finanziario dell'azienda Fausto Tonna e con il consulente Gianpaolo Zini - sempre al corrente nei dettagli delle operazioni -, «ci proponeva solo strumenti di finanza alternativa, in quanto non era disposta a effettuare finanziamenti diretti». Inoltre Tanzi ha sostenuto di essere convinto che già da metà anni ‘90, chi finanziava o faceva ottenere finanziamenti al gruppo «potesse avere forti dubbi sulle reali condizioni». Dopo l'intervento dei difensori dell'ex patron - hanno chiesto o di trasferire il processo a Parma o di dichiarare l'insussistenza dei fatti al centro delle accuse o di accogliere l'istanza di patteggiamento a due anni e nove mesi di carcere -, il processo è stato aggiornato al 9 dicembre.