Alitalia, Cai non paga il prestito di 300 milioni


ROMA. Come se il commissario di Alitalia non avesse sorbito la sua dose di guai, adesso sarà compito suo restituire al Tesoro il prestito ponte di 300 milioni di euro concesso per far continuare a volare gli aerei della compagnia. E'questa l'indicazione della direzione generale Trasporti dell'Unione europea. Un bel sollievo per Roberto Colaninno, presidente della Compagnia aerea italiana, e per i suoi venti partner.
Del resto Colaninno, presentando l'offerta vincolante per Alitalia, era stato chiaro. Quei soldi non li avrebbe tirati fuori. Ciò non vuol dire che sia tutto risolto. Anzi, da lunedi si intravedono rischi per il trafico aereo, con assemblee convocate e un dissenso che monta.
La decisione di Bruxelles è stata motivata con una necessità di «discontinuità». Il prestito, per la verità l'ennesimo ad Alitalia, è considerato dall'Unione Europea niente altro che un aiuto di Stato. Una pratica che si perpetuerebbe se a restituirlo fosse la Cai. Invece dovrà farlo il commissario, sottraendo i soldi dal miliardo di euro che Cai pagherà per il «buono» di Alitalia. Ma un miliardo di euro è il valore calcolato dagli advisor del commissario Banca Leonardo e Rothschild. Restituendo il prestito, la vendita è in perdita.
L'altra pietra della discordia è il contatto che Cai intende applicare ai lavoratori che assumerà. Lo hanno firmato Cgil, Cisl, Uil e Ugl e respinto Anpac, Unione piloti, Anpav, Avia e Sdl. Gli autonomi attivi in Alitalia non hanno accettato né il numero degli esuberi, giudicato «enorme», né i criteri della riassunzione. «Migliaia di lavoratori dopo l'utilizzo degli ammortizzatori sociali si troveranno senza lavoro e senza pensione», hanno scritto gli autonomi in un documento che motiva il loro «no». Nel lodo Letta - l'accordo concordato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta - non ci sono garanzie per i precari e per chi viene accompagnato alla mobilità. C'è poi la questione dei criteri. Gli autonomi denunciano «un'eccessiva discrezionalità che non tiene conto neanche delle consuete previsioni di legge». Cai, secondo loro, pretende di «operare cone azienda privata con i soldi dello Stato» e non vuole assumere «chi è gravato da condizioni sociali particolari o di evidente disagio, legge 104, astensione facoltativa per maternità, esonero da lavoro notturno».
Che lo Stato dia una mano alla Compagnia italiana è fuor di dubbio. Oltre ai 300 milioni di euro lasciati a carico della «bad company» del commissario Augusto Fantozzi, e di fatto scaricati sulle spalle dei contribuenti, ci sono gli aiuti che arriveranno a Colaninno. Come, ad esempio, 200 milioni in tre anni di decontribuzione per assumere personale dalla cassa integrazione.
L'intero pacchetto infastidisce non solo i rappresentati dei lavoratori ma anche piloti, hostess e personale di terra. Pur continuando a garantire il servizio, ieri si sono riuniti spesso in assemblee spontanee preparandosi all'appuntamento di domani alle 15, quando Fiumicino sarà teatro di un'assemblea che si annuncia piuttosto battagliera. Oltre alle sigle ribelli, si mobilita anche il movimento «mobasta precari» che ieri ha fatto il suo esordio distribuendo un opuscolo nel quale di parla di «cordate di banditi» e di «sindacati che mettono autografi facili che neanche una rock star».

Lucia Visca