In Barack rivive lo spirito dei Kennedy


ROMA. Barack Obama ed i «due volti del kennedismo», l'America e l'origine di una crisi che nasce con Ronald Reagan, il ritiro dall'Iraq solo un tassello del ruolo che gli Usa decideranno di tornare ad avere nel mondo, tra le democrazie. Furio Colombo, giornalista, scrittore, politico, profondo conoscitore dell'America parla dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti.
Di John Sidney McCain III e Barack Hussein Obama Jr., e delle prossime elezioni, sul cui risultato però preferisce non sbilanciarsi.
Sarà Obama a vincere le elezioni presidenziali? L'America è pronta a questo cambiamento?
«Mi proibisco di rispondere...per pura scaramanzia. E se l'America è pronta lo sapremo la mattina del 5 novembre. Ma quello che è in gioco negli Stati Uniti è molto più grande. Perché deve stabilire se torna ad essere il grande Paese che guida in quanto esempio e non in quanto grande potenza. E' questo il quesito kennediano».
Barak Obama è il nuovo JFK? Incarna il sogno kennediano?
«In lui ci sono tutti e due i volti kennediani, quello di Robert e quello di John: c'è la grande intuizione della solitudine dei cittadini quando il potere, la politica si stacca da loro. E questo è il 'Noi" che Obama ha raccolto da Bob Kennedy ed è per questo che parla del 'nostro, e non del vostro, problema del lavoro, del nostro problema della cura, del nostro problema della scuola". E poi, nelle buone scuole che ha frequentato, Obama ha imparato bene la lezione dell'eccezionalismo. Concetto che compare per la prima volta in un discorso del padre pellegrino John Winthrop ('Noi siamo eccezionali perché saremo il nuovo popolo di Dio"), ripreso da Alexander Hamilton durante la stesura della nuova costituzione americana ma senza l'aspetto religioso ('Noi siamo eccezionali perché abbiamo in comune solo il futuro"), ancora raccolto e interpretato da John F. Kennedy nel suo discorso del 1960: 'Noi siamo eccezionali se lo siamo nell'esempio, perché se lo siamo solo nella potenza chiunque allora può esserlo". Il candidato democratico torna proprio con quest'ultimo messaggio: sapere che la potenza ha il suo limite nel non uso della potenza stessa. Obama porta un cambiamento immenso, più grande di quello che effettivamente farà».
E McCain?
«E' una brava persona, lo conosco personalmente (a differenza di Obama che non ho mai incontrato) ma è privo di progetti, idee, slanci, di voglia e competenza per fare qualcosa di nuovo. Obama porta fiducia. McCain, pover'uomo, no».
Quale idea si è fatto delle cause che hanno spinto una potenza come l'America in una crisi finanziaria ed economica cosi profonda?
«Intanto i lettori devono sapere che non risponde un esperto di economia e che sono fortemente partigiano. Tutto è cominciato quando Ronald Reagan ha abolito ogni regola nel mondo finanziario ed economico americano. Anzi, la prima colpa va a Margaret Thatcher (primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, ndr.), responsabile della destrutturazione delle democrazie industriali, la seconda a Reagan per aver seguito la Thatcher e la terza ai Bush, padre e figlio, per aver rimosso ogni regola e controllo su attività finanziaria ed economica».
Il ritiro dall'Iraq. Fa parte del programma di Obama.
«Si, ma non è il punto e l'intelligenza della sua campagna sta nel non aver promesso una data per il ritiro. Più importante è capire che rapporto vuole tornare ad avere l'America di Obama con il mondo, se il dialogo con l'Europa, con i paesi piccoli, tornerà ad essere importante. Il ritorno al multilateralismo sarà il modo di uscire dalle crisi internazionali».

Annalisa D'Aprile