Nata a Modena e provincia la riscossa dopo Caporetto


Per i soldati sul fronte italiano dell'Isonzo, la mattina del 24 ottobre 1917 si apri sotto un pesante fuoco di artiglieria austriaco. Sembrava l'ennesimo maledetto giorno di una guerra che stava insanguinando l'Europa dall'estate del 1914.
Fu invece l'inizio di una battaglia - quella di Caporetto - che avrebbe segnato la nostra storia nazionale, al punto da diventare sinonimo di ogni disfatta.
Nei mesi successivi l'Italia avrebbe resistito agli Austriaci nella «Battaglia del solstizio» e contrattaccato a Vittorio Veneto, cambiando le sorti finali del conflitto.
Una parte importante della riorganizzazione dell'Esercito dopo Caporetto coinvolse anche la città di Modena e tutto il territorio provinciale.
Dopo la battaglia della Bainsizza, gli Imperi centrali decisero di assestare un colpo decisivo all'Italia. Nel breve arco di fronte compreso fra Plezzo e Tolmino iniziò, il 24 ottobre di 90 anni fa, un pesantissimo bombardamento, anche con i gas, che spezzò la prima linea italiana in due punti strategici. Gli austro-tedeschi si aprirono la strada fino al villaggio di Caporetto. Il fronte arretrò di 150 km fino al Piave, per oltre 20 mila km quadrati di territorio nazionale invaso.
Tra i soldati italiani 11 mila morti, 29 mila feriti, 280 mila prigionieri e almeno 350 mila sbandati, che si riversarono verso l'interno insieme a 250 mila profughi del Veneto e del Friuli. Prima di essere sostituito da Armando Diaz, il comandante supremo Luigi Cadorna si affrettò a gettare le colpe della disfatta sui suoi soldati, accusandoli di essersi arresi senza combattere. I prigionieri italiani furono quindi lasciati in balia di se stessi, senza gli aiuti che gli altri governi riservarono ai loro militari caduti in mano ai nemici.
Al contrario, per i soldati sbandati furono creati appositi centri di riordinamento: nella zona di Castelfranco un campo per la fanteria; a Mirandola uno per l'artiglieria; nella zona di Guastalla uno per il genio. I bombardieri occuparono la zona di Sassuolo-Scandiano, mentre il carreggio e le salmerie la zona di Copparo. La sede dell'Intendenza dei Corpi a Disposizione, che coordinava il lavoro dei vari centri, fu stabilita a Modena, con l'incarico di riunire tutto il materiale abbandonato nella fuga e recuperato nei due magazzini istituiti a Bazzano e a Cento. L'Emilia era stata scelta per la sua posizione strategica di immediata retrovia del fronte e come punto nevralgico delle linee ferroviarie per Verona, Milano e Bologna.
L'area modenese divenne un centro attivo e popoloso per la cura dei feriti, per lo smistamento dei profughi e per l'addestramento delle truppe che arrivavano dal fronte. A Modena molti profughi furono ospitati nella chiesa di S. Agostino, già adibita a magazzino per vestiario militare, e nello stallo di sosta del nuovo mercato bestiame; altri, scrisse la «Gazzetta dell'Emilia», trascorsero la notte alla «belle étoile». Sedicimila persone trovarono ospitalità a Modena e provincia e un lavoro, per lo più nelle fabbriche. Molti profughi abitavano alloggi fatiscenti e insalubri, come stalle, soffitte e stanze senza finestre, pur pagando affitti proibitivi.
Furono più volte presi «provvedimenti per la moralità», per «lo spettacolo nauseante cui si assiste tutte le ore sotto i portici, nelle vie principali e nelle vie secondarie di appuntamenti, di convegni, di passeggiatine». Nelle varie località modenesi furono istituiti uffici di commissariato, ospedali, infermerie, lavanderie e magazzini per la distribuzione dei viveri. La produzione di pane per i soldati raggiunse le 230 mila razioni giornaliere.
Nei pressi di Modena fu impiantata una lavanderia capace di recuperare e disinfettare 60 quintali di indumenti al giorno. Nonostante le precauzioni e gli sforzi messi in atto dal Regio Esercito, l'arrivo degli sbandati lasciò un profondo segno nella popolazione.
«Per lunghi mesi - scrisse il Presidente del Comizio Agrario di Modena, Carlo Sacerdoti, in una lettera al Presidente del Consiglio - le nostre campagne dovettero subire una moltitudine riottosa, riportando danni enormi, frequenti incendi, furti e delitti di ogni genere, più facili a compiersi in mezzo ad una popolazione quasi unicamente composta di donne, di vecchi e di fanciulli». I modenesi furono impotenti di fronte all'arrivo di questa nuova massa di sbandati, sui quali la propaganda aveva già cominciato a spargere gravi accuse di codardia per i fatti di Caporetto.
Un agricoltore di San Felice chiese al locale Comando militare 225 lire come risarcimento per il furto di nove quintali di mele subito, nella notte tra il 16 e il 17 novembre 1917, dalle truppe sbandate di passaggio. Esemplare è la vicenda di G.P., disertore del 18° Reggimento Artiglieria, catturato e condannato a morte con fucilazione alla schiena dal Tribunale Militare di Mirandola il 29 marzo 1918, per omicidio e duplice tentato omicidio. In questa torbida vicenda vennero condannati, per favoreggiamento alla diserzione, anche diversi cittadini di Novi, che lo avevano aiutato a nascondersi già a partire dal mese di novembre 1917. Significativo è anche il caso di A.S., condannato dal Tribunale militare di Mirandola per aver ferito un soldato la sera del 20 marzo 1918. Insieme a due commilitoni di ronda, il soldato si era recato nella casa di tolleranza di M.B. (convivente di A.S.), per verificare che nessun militare si trattenesse indebitamente fuori dall'accantonamento il giorno precedente alla partenza. Questa, almeno, fu la versione ufficiale delle vittime al processo. Verso i soldati ci furono casi esemplari di solidarietà, ma anche angherie. Il sottoprefetto di Mirandola chiese aiuto al Sindaco di Medolla, perché al passaggio delle truppe i prezzi di vendita dei generi di prima necessità venivano elevati dai negozianti''a cifre proibitive, tanto da vietare al soldato ogni acquisto provocando vivo malcontento''.
Era una «guerra tra poveri» che non avvantaggiava nessuno. Al Centro di riordinamento dell'Artiglieria di Mirandola affluirono 6.000 ufficiali, 150.000 uomini e 35.000 quadrupedi. Molti reparti giunsero a nuclei isolati nel campo, che si estendeva su un vasto quadrilatero tra Suzzara, Carpi, Cavezzo e Revere, aveva sottocentri anche a Concordia e Quistello. Dal Centro di riordinamento di artiglieria di Mirandola ripartirono, per gli ultimi mesi di guerra, ben 607 reparti in buona efficienza. Analoghe funzioni e struttura aveva il Campo di riordinamento della fanteria di Castelfranco i, con ospedali e infermerie impiantate a Villa Rusconi (Castelfranco), San Cesario, Piumazzo, Spilamberto, Castelnuovo, Vignola e Formigine. Mano a mano che le truppe erano giudicate pronte, venivano avviate ai campi di battaglia. Ci si avviava ormai all'ultima estate di guerra. Quella della riscossa italiana; che, in parte, iniziò proprio da Modena.

Fabio Montella