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«Meno isolati del gruppo Lioce»


 ROMA. Non abbassare la guardia «perché c’è ancora qualcosa che si agita attorno a coloro che si volevano rendere responsabili delle azioni militari» e che appaiono socialmente meno isolati rispetto al gruppo brigatista di Nadia Lioce e Mario Galesi, gli assassini di Biagi e D’Antona. È un analisi che non nasconde la preoccupazione quella che il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha fatto ieri in Parlamento riferendo sul nuovo allarme terrorismo.
 Gli arrestati dalla procura di Milano, ha precisato il ministro chiamato in aula dall’opposizione, avevano una lunga lista di possibili obbiettivi da colpire. «Alcuni bersagli erano puramente ipotetici», ha detto Amato spiegando che nei loro confronti non era stata compiuta alcuna attività preparatoria. Ad esempio la dimora milanese di Berlusconi, la sede Eni di San Donato Milanese, la sede del quotidiano Il Foglio e obbiettivi israeliani.
 In altri casi, invece, l’attività propedeutica a un attentato c’era stata. Gli indagati avevano studiato la sede del «Punto Marco Biagi», centro di informazione sul lavoro gestito dal Comune di Milano; l’abitazione del professor Ichino; avevano schedato due dirigenti della Breda (uno dei quali imputato per la morte da amianto di alcuni operai) e un ex manager di area Finmeccanica; avevano nel mirino la palestra Doria di Pasquale Guaglianone detto «Lino», noto militante della destra radicale. Avevano preso «in seria considerazione» la redazione di Libero, da colpire entro aprile, in un giorno di chiusura, con un attentato dimostrativo a base di acido e benzina.
 Ma la pericolosità del gruppo disarticolato dalla polizia di prevenzione - che aveva inziato l’indagine nel 2004 assieme ai servizi differendo nel tempo gli arresti e raccogliendo in questo modo «non una serie di indizi ma una serie di vere e proprie prove», ha detto il ministro - non si annida nello spessore delle azioni militari quanto piuttosto nella capacità di infiltrare e fomentare i movimenti e le proteste sociali, dal lavoro ai temi dell’ambiente, in un’ottica di violenza e di scontro con le istituzioni. Nel numero di «Aurora» risalente alla primavera 2006 (il bollettino clandestino nato nel 2003 per riprendere le tesi di Alfredo Davanzo, leader ideologico dei brigatisti di Seconda Posizione) venivano addirittura elencate le mobilitazioni ben viste dalla redazione: tra queste, ha ricordato Amato, la protesta degli autoferrotranvieri, gli operai in lotta a Melfi, il rinnovo del contratto metalmeccanici, la mobilitazione di Pomigliano d’Arco, la Tav in Val di Susa, le banlieu parigine.
 In questo quadro, ha detto ancora il ministro, l’iscrizione di alcuni degli arrestati alla Cgil «è di lettura difficile e ambivalente». Si può trattare tanto dell’adesione di questi iscritti al gruppo terrorista quando dell’infiltrazione della Cgil da parte del suddetto gruppo. Certamente molti degli indagati appartenevano «ad un centro sociale ben preciso», il «Gramigna» di Padova, e già sottoposto a perquisizione assieme al centro proletario Ilich, alla Fucina di Sesto San Giovanni e ad altre decine di abitazioni.
 Nel dibattito seguito all’informativa di Amato, è proprio sui centri sociali che si sono concentrate le polemiche della Cdl decisa a chiederne la chiusura. Lo pretende la Lega e lo vuole Alleanza nazionale anche se Gianfranco Fini, ieri sera, ha messo all’angolo i pasdaran della destra invitando ad evitare «errori madornali» come la criminalizzazione del più grande sindacato italiano.
- Natalia Andreani