La Corte assolve Giacco

FINALE. Santo Giacco, l'artigiano edile di Massa finalese coinvolto nella drammatica vicenda dei riti satanici e della pedofilia nella Bassa, è stato nuovamente assolto ieri dalla terza sezione della Corte di Appello di Bologna. Giacco era già stato assolto in passato dalla Corte di Appello, ma la Cassazione aveva annullato la sentenza, reinvestendo i giudici della questione. Ricostruita ieri.
Giacco, intonacatore 60enne originario di Afragola, abita a Massa da tempo. Una famiglia numerosa, la sua, non senza problemi con la giustizia, provocati da un figlio in particolare, ma non certo per pedofilia. Santo anche ieri ha dichiarato ai giudici, con caratteristico accento campano, di non avere mai fatto del male a sua figlia di 10 anni (la quale una volta allontanata di casa sotto le attenzioni dei Servizi Sociali aveva accusato anche i familiari dei fantasiosi riti), nè tantomeno di avere partecipato a chissà quali violenze, e di anzi avere figli e nipoti che possono testimoniare come con loro non c'è mai stato alcun problema.
Il processo fa parte della vicenda pedofili-bis. Giacco era stato imputato assieme a don Giorgio Govoni, il parroco deceduto dopo la richiesta di condanna a 16 anni di carcere. E 16 anni il Tribunale di Modena aveva inflitto in primo grado anche a Giacco, ritenendolo responsabile dei riti satanici. Accusa poi caduta durante il primo processo di appello a Bologna, dove l'artigiano venne assolto. Contro questa assoluzione aveva fatto ricorso la procura, cosi come gli altri imputati, scagionati dai riti satannici ma condannati per violenze domestiche sui rispettivi bambini. Alla fine la Cassazione, nel 2002, aveva accolto solo il ricorso dell'accusa, per annullare la assoluzione di Giacco, difeso dall'avvocato Patrizia Micai. Il quale cosi ha dovuto affrontare un secondo processo di appello, quello concluso ieri pomeriggio con una doppia assoluziopne: 'Perchè il fatto non sussite" a proposito dei riti satanici e 'per non aver commesso il fatto" a proposito degli abusi ai danni della figlia, l'ultima, che alla famiglia era stata tolta e, nonostante l'assoluzione, mai restituita.