Benfra, quell'addio ai capannoni vuoti

Sono venuti a dare l'ultimo saluto, a vedere per l'ultima volta la fabbrica in cui hanno lavorato e creduto. Tra pochi giorni le ruspe raderanno al suolo la Benfra, lo storico marchio leader nelle macchine di movimento terra, cresciuta nel dopoguerra a ridosso alla ferrovia. Tra gli addetti ai lavori era considerata la Ferrari delle escavatrici, per una qualità e un'affidabilità a prova di tutto. Ancora oggi, a tredici anni dalla crisi e a undici dalla chiusura dei battenti, c'è chi cerca ancora le macchine Benfra.
Arrivano alla spicciolata, sotto la piggia sottile ed entrano col magone tra i capannoni svuotati dove un tempo risuonavano i rumori di macchine utensili. Nascondono la malinconia dietro sorrisi di circostanza e pacche sulle spalle.
«Sa - dice a voce bassa Fabrizio Sighinolfi, che sinora è stato un pò il custode e il factotum degli edifici abbandonati - i nuovi proprietari che costruiranno qui condomini e palazzine per uffici ci hanno dato il permesso per un'ultima visita, per una foto al nostro vecchio stabilimento».
Un attaccamento fortissimo e che ha dell'incredibile quello degli ex dipendenti Benfra. Qualcosa che ricorda i film di Ken Loach ma per gli ex operai e gli ex impiegati della ditta c'era qualcosa in più. Per loro l'orgoglio di appartenere a una fabbrica di eccellenza non è venuto mai meno. Neppure nove anni dopo la dichiarazione di fallimento, tredici dopo la crisi inarrestabile e quindici di tribolate vicende societarie.
Ancora oggi i mezzi Benfra sono usati con soddisfazione nei cantieri di mezza Italia. Quei mezzi robusti e affidabili Made in Modena marciano a pieno ritmo. «Per i pezzi di ricambio non c'è problema - dice ancora Sighinolfi gonfiando il petto d'orgoglio - abbiamo fatto una piccola società che li ricostruisce tali e quali. Montati e messi a punto vanno perfettamente».
Per il quartiere della Crocetta la presenza della Benfra è sempre stata una presenza benefica, o comunque vista con simpatia. Attaccata alla ferrovia, a differenza delle dirimpettaie acciaierie e fonderie dall'altra parte dei binari, non poneva problemi d'inquinamento. Fondata nel 1947 nel bolognese si trasferi ben presto a Modena sui terreni di Torricelli che diventò cosi socio di minoranza assieme agli altri due che avevano dato il nome all'azienda. Bendini e Frascaroli per l'appunto e quest'ultimo divenne il padrone assoluto.
La Benfra nel periodo di massimo fulgore arrivò ad avere 300 operai e circa 500 nelle ditte di subfornitura. Persino la Fiat venne a far realizzare prototipi e alcune produzioni tra l' 86 e l' 89. «Il punto finale fu la crisi del Consorzio Agrario - ricorda Tiziano Davoli - ma la situazione era stata portata allo sbando da molto tempo prima». «Il problema fu quello del passaggio generazionale - aggiunge Ernesto Sacchi, un passato di militante sindacale con la Cgil - Quando scoppiò la crisi Frascaroli non aveva nessuno in famiglia che potesse succedergli». Il fatto è che tutte le aziende a ridosso dei binari in pochi anni sono fallite, a eccezione della Maserati, o chiuse o trasferite in coincidenza con le scelte sull'Alta Velocità e lo spostamento dei treni. Quelle aree sono diventate edificabili.
La Benfra non fece eccezione. Frascaroli fu chiamato a rispondere dei debiti da ex soci di società che controllava al 51% e che non venivano più pagati. Furono quelle ditte le prime a saltare, quelle che producevano cabine, perni e lamiere. Alle battute finali restavano solo 120 operai.
Oggi agli ex operai Benfra restano i ricordi e l'amore per l'azienda, qualche foto. In aprile si sono trovati tutti a cena. C'erano anche quelli già fuori al momento della crisi. L'orgoglio non era andato in pensione. (Saverio Cioce)