09 ottobre 2003 —
pagina 05
sezione: Attualità
Quarantanni fa, il 9 ottobre 1963, un pezzo di montagna frana nel lago della diga del Vajont, nel bellunese. Limmensa onda dacqua scavalca la diga e si abbatte su sei paesi facendo 1910 vittime. Ma non fu una tragedia improvvisa. I segnali che quella diga metteva a rischio lintera valle erano stati tantissimi, ma sottovalutati e scandalosamente coperti dalla Sade, la società responsabile del progetto. Solo dopo 37 anni di processi e polemiche, nel 2003, il governo fissa in 77 miliardi il risarcimento che dovranno pagare Enel e Montedison. Nel 1963 fu una sola la giornalista che si batté contro la diga, Tina Merlin, dellUnità. Suo figlio Toni Sirena, giornalista, vice direttore del Corriere delle Alpi, racconta quegli anni e quel giorno.
di Toni Sirena
Iniziò tutto ben prima del Vajont. Allepoca quel nome non evocava ancora la tragedia che poi sarebbe stata. Era uno dei tanti impianti idroelettrici che la Sade stava costruendo sul Piave. Era, per la verità, il vero cuore del sistema di impianti, dighe e condotte che la Sade stava costruendo, negli anni 50, poi noto come «Grande Vajont» su Piave, Maè e Boite. Sbarramenti a Vodo di Cadore, a Pieve di Cadore, a Forno di Zoldo.
Arrivava la Sade, espropriava i terreni, faceva sloggiare i montanari, sottraeva per poche lire pascoli e campi, unica fonte di sopravvivenza per i contadini del posto, costretti a emigrare. Così il Vajont entrò in casa poco a poco. «Era il mio lavoro normale di tutti i giorni», scrisse Tina Merlin sul suo giornale, LUnità, due giorni dopo il disastro. La chiamava la gente dei paesi «occupati» dalla Sade.
Era la «sua» gente: contadini e montanari, come lo era stata lei, gente che aveva fatto la Resistenza, appena pochi anni prima e lei pure era stata staffetta partigiana.
Avanti i trombettieri. Racconta Giampaolo Pansa: «Il 10 ottobre arrivarono a Belluno i grandi inviati. Una sorta di clan, accampato allalbergo Cappello. Mandavano i trombettieri, li chiamavano così i ragazzi di bottega come ero io allora, che poi riportavano alle grandi firme le notizie. Poi loro scrivevano, spesso senza essere andati di persona. Ma Tina era lunica che avesse le notizie vere. Con lei la gente parlava. Era una di loro. Di lei si fidavano. E non faceva parte di quel clan. Poi arrivò la Tv. Per la prima volta in Italia le immagini della tragedia, riprese dagli elicotteri, arrivarono nelle case degli italiani. E i racconti infiorettati dei grandi inviati diventarono nulla. Il Vajont cambiò anche il modo di fare informazione».
Tutto inizia nel 1925. La storia del Grande Vajont inizia nel 1925 da unintuizione di Carlo Semenza, quello che sarà poi il progettista della diga. Ma si inizia a costruire nel dopoguerra. Il Vajont entra in casa di Tina Merlin così. Con la gente che la chiama: «Tina, vieni a vedere cosa stanno facendo», «Tina scrivi, per carità, quello che succede». Veniva in casa Sante Della Putta, che lavorava allUnità di Milano ma era di Erto. Venivano i (pochi) comunisti di Erto, a sollecitare linteresse del giornale del loro partito. Lunico che scrivesse. Lo sapevano anche gli altri colleghi, quello che succedeva lassù. Qualcuno, anche, voleva scrivere. Qualcuno tentò di farlo. Ma non uscì una riga sui giornali, tanto meno su quello locale, che era della Sade. «Peccato di omissione», lo definì Giorgio Lago alcuni anni fa. Ma linformazione, allepoca, era così. Succube e servile. Per convenienza quasi sempre, talvolta per convinzione. Perché il linformazione era quella, e «qualsiasi cosa dicessero i comunisti era per definizione sbagliata o da ignorare» (Pansa). E così fu anche dopo, quando si raccoglievano i morti, e i giornali, quasi tutti, coprivano le responsabilità con il pietismo.
Il lavoro di Tina Merlin. Così Tina Merlin, negli anni 50, andava dove la chiamavano: «Era il mio lavoro normale, qualunque giornalista avrebbe potuto e dovuto scrivere». Lei, e LUnità, era lunica che desse voce alla gente. Prima le proteste contro gli espropri. Cronache fedeli delle riunioni, delle proteste dei sindaci, dellesasperazione degli ertani. Poi lallarme per i pericoli per «la vita e gli averi degli abitanti di Erto» (è un titolo dellUnità). Pericoli ormai evidenti: a Vallesella di Cadore erano sprofondate le case, era caduta una frana a Pontesei (un bacino che la Sade aveva costruito nella Val Zoldana, su terreni che avevano le stesse caratteristiche di quello di Erto), cera stata soprattutto la prima grande frana al Vajont, quando caddero 800 mila metri cubi di montagna (4 novembre 1960).
La terra si muove. Il giorno dopo ho un ricordo. Mio padre sullorlo della frana che guarda giù, fa un balzo indietro impaurito e corre verso la strada: «Continua a franare, la terra si muove sotto i piedi».
Mia madre, Tina Merlin, che vede i papaveri della Sade arrivare in unauto nera, li rincorre per intervistarli, e loro rimontano in macchina e scappano. Erano lì per controllare le «spie» di vetro che la Sade aveva messo sulle fessure del terreno. «Continuano a saltare tutte», dice un ertano che ci accompagnava. La montagna continuava a muoversi.
Il Vajont in casa. E anche il carabiniere che consegna la citazione a giudizio per «propagazione di notizie false e tendenziose atte a turbare lordine pubblico». Sono gli ertani che vanno a Milano, un vero viaggio allepoca, per testimoniare, portando tanto di fotografie delle fessurazioni del Toc. E il giudice Salvini che sentenzia che «lordine pubblico era già abbondantemente turbato dalla Sade», e assolve.
Ed è anche la sensazione di assoluta impotenza: le autorità che non fanno niente, la Sade che è «uno Stato nello Stato», i giornali che ignorano e omettono, e che parlano solo della grande diga. «Magari fossi riuscita a turbare lordine pubblico», scrisse dopo Tina Merlin, «adesso non saremmo qui a piangere i nostri morti».
La malattia del Vajont. Il Vajont in casa è anche il dopo-Vajont. E la «malattia del Vajont» che contagia chiunque ne abbia avuto a che fare. Sono le vicende del «dopo», la ricostruzione, la transazione con lEnel, la disperazione dei superstiti, la loro solitudine. Lodissea dei testimoni costretti ad andare allAquila dove il processo era stato spostato per «legittimo sospetto». E anche i veri «sciacalli» che rastrellano per poche lire dai superstiti annichiliti i diritti di ricostruzione che fruttano miliardi di contributi a fondo perduto.
E la ostinata caparbietà di resistere, resistere, resistere. Di non mollare. Di cercare giustizia. Di continuare a interpretare questo mestiere con rigore professionale insieme a passione civile. Di dare voce a chi non ce lha. Di fare «il lavoro normale di tutti i giorni».