Confessa Sergio, rapitore arrestato: «Cercavamo un miliardo in casa Soffiantini» «Quei soldi che non c'erano» Presero l'imprenditore per una scelta di ripiego?


BRESCIA - «Se quella sera avessimo trovato il miliardo che cercavamo, non avremmo preso Soffiantini». Confessa Giorgio Sergio, 45 anni, uno dei rapitori arrestati dagli investigatori. Il tutto mentre, nelle stesse ore, la famiglia torna a chiedere il silenzio stampa, convinta che questa strada possa portare a una ripresa delle trattative con chi tiene ancora sequestrato l'imprenditore di Manerbio.E mentre dalle carte agli atti escono le registrazioni delle telefonate dei banditi e si scopre che, dal 7 ottobre, la polizia li teneva costantemente d'occhio, seguendo le loro tracce sugli spostamenti di un telefonino Gsm a scheda prepagata che, ancora oggi, risulta in mano a Giovanni Farina e Attilio Cubeddu. Proprio questi spostamenti telefonici indirizzarono le battute della polizia. Le telefonate, da posti fissi al telefonino, sono la mattina del 7 ottobre alla 4,44 nell'area di servizio Monte Velino Sud, alle 10 nella zona tra Siena e Grosseto, il 17 ottobre, alle 23,29, Moro racconta al telefono a Farina l'uccisione dell'ispettore dei Nocs Samuele Donatoni, ammazzato poco prima nello scontro coi banditi. E la voce di Donatoni compare registrata in un breve colloquio a distanza tra l'ispettore e i banditi, avvenuto alle 23,15 del 6 ottobre, in un'area di sosta tra Arsoli e Carsoli. Era la prima traccia, per la polizia, della presenza di Soffiantini in Toscana. Giorgio Sergio è stato interrogato nel corso dell'incidente probatorio. Nell'aula della corte d'appello ci sono anche Osvaldo Broccoli e Giampiero Serra, altri due della banda. Va subito detto che gli inquirenti non credono all'ipotesi della rapina che invece i banditi cercano di accreditare. Gli arrestati, infatti, dicono tutti di essersi attrezzati per una rapina ma lo fanno per cercare scampo, per alleggerire la loro posizione processuale che, allo stato delle cose, potrebbe portarli all'ergastolo (l'accusa è anche di omicidio per la morte dell'agente dei Nocs Samuele Donatoni). Giorgio Sergio racconta quale è stato il suo ruolo nel sequestro. Dice che erano state predisposte due ipotesi: la rapina, in quanto il basista di Manerbio gli aveva detto che Soffiantini teneva un miliardo in cassaforte e il sequestro, qualora non avessero trovato i soldi. La versione, invece, contrasta con quanto detto da Mario Moro prima di morire. Moro aveva raccontato di aver incontrato Attilio Cudebbu e Giovanni Farina e che questi gli avevano detto di essere disposti a «gestire un sequestrato». Quindi tutto era stato predisposto per un rapimento e tanto meno i banditi speravano di trovare un miliardo, e tutto in contanti. Comunque il racconto di Sergio continua: «Sono entrato io per primo, da una finestra. Soffiantini era in pantofole. Poi sono entrati Moro e Broccoli. Agostino Mastio era fuori a fare da palo. Restiamo nella villa per 40 minuti, alla ricerca del denaro che però non troviamo. Poi prendiamo l'imprenditore e andiamo in macchina fino a un'area di servizio vicino ad Arezzo dove lo consegnamo a Farina e Cubeddu. Dopo quel giorno, vengo contattato da Moro a ottobre per partecipare all'incontro per riscuotere il riscatto. Il 7 ottobre, nella zona di Riofreddo, il primo appuntamento va a vuoto. Dieci giorni dopo c'è la sparatoria in cui muore l'agente Samuele Donatoni. Quindi, il 20 ottobre, veniamo catturati». Dall'aula della corte d'appello alla fabbrica dei Soffiantini. Carlo e Giordano ricevono i cronisti nel loro ufficio alle «Industrie Manerbiesi» _ poco dopo Giordano sarà convocato nuovamente in Procura _ e ci tengono a mostrare anche l'ufficio del padre (tutto è rimasto intatto dal giorno del rapimento). «Ringraziamo i giornali e le televisioni - dicono i due fratelli - perchè in queste ultime fasi il loro ruolo è stato prezioso, ma ora è il momento del silenzio. Si stanno dicendo e scrivendo troppe cose e non vorremmo che questo finisse per danneggiare di nuovo la trattativa». E perchè «di nuovo»? Lo spiega Giordano: «Ci sono state fughe di notizie che ci hanno impedito di proseguire i contatti con chi tiene nostro padre. E' il caso delle notizie sull'itinerario che era stato indicato per il pagamento del riscatto. E poi siamo convinti che la seconda mutilazione di nostro padre sia legata a un'altra fuga di notizie, quella della prima mutilazione, che noi avevamo cercato di smentire». Dunque i Soffiantini sono convinti che il secondo lembo d'orecchio sia stato tagliato per ritorsione, una ritorsione contro la famiglia e contro l'avvocato Frigo che avevano smentito la prima mutilazione. I Soffiantini dicono poi di voler andare avanti da soli, non riconoscendo altre iniziative. Il riferimento è alle parole dell'imprenditore sardo Niki Grauso che l'altro ieri si era offerto come «garante» per la liberazione.

Gigi Furini