QUEL VIAGGIO DI UN’EBREA SENZA VALIGIA

di FRANCESCO GENTILE Abitava in uno stabile in via Castel Morrone, Halpert Ana, sullo stesso pianerottolo della mantovana Mirta, una mia cugina. Incuriosito da un nome così particolare e, sapendo che era una sua amica, volli conoscerla. Era ebrea, Halpert Ana, e viveva sola. Si manteneva facendo la modista. Aveva perso otto familiari. Li vide entrare nei forni crematori ad uno ad uno nel campo di concentramento di Auschwitz. Solo lei si salvò non solo perché era di sana e robusta costituzione, ma anche perché fu adibita a cameriera nelle cucine del campo e…non solo, purtroppo. Aveva il numero tatuato sul braccio, un braccio esile. Era bella Ana. Longilinea, occhi neri e profondi nei quali si leggeva ancora il terrore di quel tragico e infame periodo. Di poche parole, ma cortese e ospitale. Parlava in fretta, dando l'impressione di doversi recare a un appuntamento o alla stazione per non perdere il treno. Mi raccontò che solo sua nonna Rosina si salvò perché cattolica. Durante la guerra Rosina tenne nascosta una famiglia chiudendo la porta di una stanza con un armadio. Alle figlie diceva che portava da mangiare alle galline. Mentre la salutavo con un nodo in gola, accanto alla porta d'ingresso vidi una valigia e le chiesi se stesse per partire. Non dimenticherò lo sguardo triste e il lungo silenzio. Mia cugina Mirta non resse: Ana tiene pronta la valigia per partire, sì per partire… A quel punto non trattenni l'emozione. Seppi, dopo molti anni, che Ana fu ospite nel ricovero degli ebrei che allora, come mi riferirono, si trovava in via Vincenzo Monti, sempre a Milano. Dopo alcuni anni partì per una vita migliore: senza valigia questa volta.