«Muto voleva dare una lezione alla Brioni»

di Rossella Canadè e Igor Cipollina Soldi chiamano soldi che chiamano affari secondo una progressione criminale che non può essere frenata. Chi ostacola i traffici del clan deve essere punito, spaventato, picchiato. In casi estremi eliminato. Che sia un sindaco ostinato o un direttore di banca poco conciliante non fa differenza. Che poi le intenzioni non si traducano in lividi o spari è un sollievo relativo, che non cancella la paura, il sentimento di vulnerabilità. È un ritratto livido, feroce, quello che emerge dalle carte dell'inchiesta Pesci, cucendo insieme intercettazioni e testimonianze (ancora al vaglio dei magistrati). Quasi da fiction, se non fosse che la realtà è più cruda della finzione, e, se confermato, il racconto smonterebbe definitivamente la favola della placida provincia. Una certa signora Brioni. «Ho un problema con una certa signora Brioni. Sono disposto a pagare dei soldi purché qualcuno le faccia del male». La frase sarebbe stata pronunciata da Antonio Muto davanti a Paolo Signifredi, l'affarista 52enne parmigiano in carcere per estorsioni e minacce con l'aggravante mafiosa. Signifredi a ottobre comincia a collaborare con la Dda bresciana, a cui consegna pagine e pagine manoscritte, oggi contenute in uno dei faldoni dell'indagine Pesci. Minacce, ricatti, droga, soldi, funzionari corrotti: un quadro agghiacciante che sembra dipinto a mille chilometri da Mantova. Invece no. Le scene, secondo quello che Signifredi, in procinto di entrare nel programma di protezione dei pentiti di mafia, si sarebbero svolte proprio qui, tra Curtatone e Mantova. Qui Muto avrebbe rivelato a Signifredi di aver già mandato un avvertimento a Fiorenza Brioni con dei proiettili, perché gli metteva i bastoni fra le ruote per la lottizzazione Lagocastello, ma evidentemente serviva un altro colpo. Muto, scrive l'affarista, gli aveva dato un appuntamento fuori Mantova, a Verona, in un ufficio, «credevo dovesse parlarmi di una liquidazione. Gli era stato garantito che io ero una persona affidabile». Muto gli racconta il suo problema e ricorda di averle fatto recapitare tempo prima i proiettili. «Ad agire due fratelli albanesi allora suoi dipendenti» precisa Signifredi. Proiettili in busta. In effetti nell'agosto del 2008 alla segreteria del Comune di Mantova, indirizzata alla Brioni, allora sindaco, era arrivata una busta con una dozzina di bossoli calibro 22, Allegata anche una lettera piena di insulti e con un agghiacciante finale: «Se non te ne vai farai una brutta fine», scritta da una mano malferma e firmata "k.k.k.". Indagini della Digos, solidarietà bipartisan e nulla di fatto. Caso chiuso. Con gran magone del sindaco, che già due anni prima aveva denunciato in Procura di aver subito minacce e intimidazioni per la lottizzazione di strada Cipata. L'anno dopo, l'inchiesta venne archiviata. L'imbeccata a Grillo. La Brioni, sempre secondo quello che scrive Signifredi, aveva indispettito Muto anche in occasione del comizio di Beppe Grillo a Mantova. «La Brioni gli ha chiesto di dire pubblicamente che a Mantova c'era la mafia, di cui io ero l'esponente. Io sono disposto a pagare dei soldi, basta che non siano calabresi, perché non mi fido, parlano troppo, purché a quella p... qualcuno gli faccia del male. Se trovi chi fa questo ti dico le sue abitudini, che già in Comune ho degli amici e la faccenda dei terreni la sto aggiustando». Se gli farà questa "cortesia", gli farà fare altri lavori. Signifredi riferisce di aver risposto picche e sarebbe finita lì. Un racconto che gli investigatori non possono certo ignorare. L'affarista, dopo aver raccontato menzogne ai magistrati per scagionare Antonio Rocca, ora sta collaborando per entrare nel programma di protezione dei pentiti di mafia. Su Muto e la Brioni dice la verità o è tornato a mentire? Nel primo caso, la procura dovrebbe aprire un nuovo filone d'indagini. La direttrice da eliminare. È sempre Signifredi a raccontare ai magistrati di una confidenza di Antonio Muto, raccolta in una bar di Modena. In questo caso a mettere i bastoni tra le ruote del costruttore era stato un direttore di banca – l'affarista crede di ricordare che si trattasse di una donna, ma non ne è certo – a capo di una filiale della Bcc di Castel Goffredo. Prima la banca aveva accordato al costruttore di Levata «un mutuo cospicuo» per realizzare una serie di palazzine su un terreno edificabile, poi la direttrice si era tirata indietro pretendendo il rientro. Sempre secondo la testimonianza di Signifredi, Muto avrebbe investito del problema l'imprenditore Giacomo Marchio, suo socio occulto nell'affare per il clan di Mesoraca (Crotone). E proprio dal clan (Signifredi fa il nome di Utopo), durante una trasferta di Marchio in Calabria, sarebbe arrivato a Muto l'ordine di fare un altro tentativo in banca. Il costruttore aveva eseguito e si era presentato in filiale, ma la direttrice non si era lasciata ammorbidire, così Marchio era tornato nuovamente in Calabria a prendere ordini. Killer da Lugano. «Utopo, visto che era socio occulto, quindi avevano tutti già anticipato di soldi dice che è venuto il momento di prendere dei provvedimenti – scrive Signifredi – e fanno scendere delle persone da Ponte Tresa (Lugano, ndr) per organizzare di eliminare fisicamente il direttore/direttrice». A stoppare il piano criminale, il sentore che qualcosa stesse bollendo in pentola. Che gli inquirenti fossero sulle loro tracce.