Sindaci sul piede di guerra contro Poste

di Vincenzo Corrado wMANTOVA È il giorno della rabbia. Ma anche della rassegnazione. Ci sono sindaci che raccolgono firme e altri che scomodano addirittura il discorso di insediamento del Presidente della Repubblica per ribadire che i servizi per le fasce più deboli non vanno indeboliti. Il piano di tagli delle Poste che porterà alla chiusura di undici uffici in provincia non piace ai cittadini e alle amministrazioni comunali. Ma la realtà è che di strumenti per bloccare la «rimodulazione degli uffici postali», come la definisce l'azienda, in buona sostanza non ce ne sono. Marcaria è forse il comune maggiormente penalizzato e il sindaco Carlo Orlandini è un fiume in piena: «Passiamo da otto a quattro uffici postali - spiega - Due anni fa ci hanno chiuso Gabbiana e San Michele in Bosco, adesso è la volta di Ospitaletto e Cesole, restano soltanto Canicossa, Casatico, Campitello e Marcaria. Qualcuno potrebbe obiettare che prima avevamo troppi sportelli, lo stesso numero o quasi di quelli di Mantova città ma vi assicuro che non è così. Mi spiego meglio: il nostro è un comune di 90 chilometri quadrati, da una punta all'altra ci sono 23 chilometri e a differenza di Mantova, qui non ci sono collegamenti con i mezzi pubblici che consentono ai nostri anziani di spostarsi facilmente per ritirare la pensione». Orlandini e i colleghi sindaci sono infuriati, oltre che per le difficoltà oggettive con cui da aprile dovranno confrontarsi gli anziani, anche per il fatto che le chiusure sono state annunciate a scodelle lavate. Nessun margine di trattativa, nessuna occasione di incontro per spiegare a Poste che non si possono chiudere gli sportelli periferici perché nei paesi, per quanto piccoli, le persone spediscono le raccomandate esattamente come a Milano e Roma. «Avremmo potuto rinunciare all'affitto che Poste ci paga per Cesole - dice ancora Orlandini - e invece niente, ci hanno telefonato per dire che a breve potremo fissare un incontro, ma a cosa serve?». Vincenzo Madeo, primo cittadino di Dosolo, è inviperito: «Due anni fa ci hanno chiuso Correggioverde, adesso Villastrada. Ci resta soltanto l'ufficio del capoluogo, in cui già oggi ci sono sempre code: è una struttura angusta, miserabile, terrificante. Tutta questa faccenda è roba da terzo mondo. Nell'incontro con Poste chiederemo che l'unico ufficio rimasto venga trasferito da via Zaniboni in piazza, in una struttura comunale. Almeno lì c'è il parcheggio». Le forme di dissenso annunciate ieri nei paesi coinvolti dal piano dei tagli sono le più disparate. A Formigosa per il momento si registra l'indignazione dei cittadini. Per quanto riguarda Ostiglia che perderà lo sportello di Correggioli, il sindaco Valerio Primavori ha scritto una lettera in cui esprime il suo disappunto a Poste Italiane. Nella Bassa i sindaci di Suzzara e Pegognaga, Ivan Ongari e Dimitri Melli, hanno fatto squadra per dire no alla sopressione delle sedi di Tabellano e Polesine e hanno lanciato una class action. A Castelnuovo di Asola gli anziani, alcuni dei quali in lacrime, sono pronti a chiudere i conti correnti e a ritirare i risparmi dai libretti. «La nostra situazione è doppiamente critica - dice Luca Malavasi (Quistello) - Già oggi i cittadini devono sopportare file chilometriche nell'ufficio del capoluogo, figuriamoci cosa succederà ad aprile quando non ci sarà più Nuvolato. In pratica avremo due impiegati, al massimo tre in una comunità di seimila persone. È ovvio che ci opporremo a questa riorganizzazione, ma sappiamo già che servirà a poco». L'assessore di Goito, Paolo Boccola, sottolinea che tra un paio di mesi un paese come Cerlongo, dove abitano duemile persone, resterà senza poste. Il primo cittadino di San Benedetto, Marco Giavazzi, ci va giù pesante: «Scrivetelo pure, sono incazzato nero per la chiusura di Portiolo. Per fortuna che Mattarella ha detto che si deve ripartire dall'attenzione per i più deboli...».