Applausi alla Campogalliani che propone "Preferirei di no"

Bartleby, uno dei personaggi più celebri di Melville e della narrativa americana dell'Ottocento, conosce una sola risposta: "preferirei di no". Scritto tre anni prima di "Moby Dick", nel 1853, "Bartleby the Scrivaner", al contrario del capitano Achab, si è rassegnato a non contrastare la "balena bianca". Vive in una desolazione assoluta, scivola in una patetica follia, e signorilmente silenzioso si spegne davanti a un muro. Anche Teresa, il personaggio cui Antonia Brancati ha dato la parola nella pièce rappresentata nel 1995 da sua madre, Anna Proclemer, ricorre al celebre e categorico "preferirei di no" di Melville. Se ne serve per declinare gli inviti ad abbandonare il luogo impervio e disabitato, in cui s'è rifugiata dal marito e dal mondo. La solitudine l'ha gettata in uno stato di mite follia, e del resto il soggiorno in clinica per aver spaventato il coniuge infedele con un revolver, le ha insegnato i modi dei "pazzi". Mite e dolce come Bartleby, è invece loquacemente atteggiata al dialogo con i fantasmi, prima di tutti con il mitico padre, che fuor di finzione era Vitaliano Brancati. "Preferirei di no" è in scena al Teatrino d'Arco per la regia di Grazia Bettini, e per protagonista Loredana Sartorello, coadiuvata da Alessandra Mattioli. In una notte di pioggia battente che ha provocato varie interruzioni di corrente, irrompe nella casa di Teresa sua figlia Diana che non vede da vent'anni. Si presenta quale segretaria del padre, un politico destinato a ruoli di primaria importanza, e vuol imporle un'intervista che illustri la sua immagine. Ma Diana ha sottovalutato la perentorietà della formula utilizzata dalla madre, il "preferirei di no" è definitivo. Il lungo assolo di Teresa si trasforma in una perorazione dei valori morali in cui lei e suo padre si riconoscevano, una dimostrazione del pragmatismo volgare cui indulgeva il marito, e ora la stessa figlia cresciuta nell'esempio del padre. Insolente e sprezzante, Diana cerca di conservare una linea d'attacco, ma anche se non lo dà a vedere qualche tema della madre s'insinua in lei. Forse l'eco di un amico conosciuto in clinica vittima del disagio sociale, la lucida analisi che l'obbliga a non farsi più del male con certe frequentazioni, la felicità di sentirsi dimenticata. Quella "povera ragazza infelice" sta per essere attratta dalla risolutezza materna. Un incontro conflittuale, ma di là di tanto teatro di grida e insulti, qui si parla, e come quell'uomo che ha amato in clinica, anche Teresa preferisce l'ironia e il distacco. O come Bartleby, la resistenza passiva, e la dolcezza tranquilla. La libertà della donna, e la sua forza intellettuale, sono ciò che tende a esaltare la regia sobria e delicata di Bettini, e Sartorello l'asseconda con molta finezza. La tecnica e le qualità vocali le permettono frequenti cambi di marcia, di passare dal monologo al dialogo, dall'introspezione al confronto con i fantasmi con ammirevole souplesse. Mattioli la provoca con discrezione. Meritati gli applausi. (a.c.)