Giorgio Albertazzi: i grandi sono Dante e Shakespeare

Giorgio Albertazzi venerdì sera porterà al Bibiena "Shakespeariana" per Mantova Teatro Fondazione Artioli. Ne parliamo con il grande attore. «Non è come il mio primo "Shakespeariana"" dove c'erano Bianca Toccafondi e altri interpreti. In questo caso sono solo monologhi miei. Io ho fatto diciotto Shakespeare da protagonista, e riprendo alcuni passi in base alla mia sensibilità. Faccio Cesare e Marc'Antonio, Riccardo III e Amleto, Prospero e Falstaff…e altri ancora. Ma la ragione è che dopo Dante, Shakespeare è il più grande poeta dell'umanità». So che le piace citare una frase di Marlon Brando (che lei ha conosciuto): "il cinema è dei registi, il teatro degli attori, la televisione degli altri". «Sì, è vero. Io ho fatto molto cinema come attore, e anche come regista, ma è troppo semplice e mi annoia». Tra il '60 e il '62 interpretò almeno tre film che pensavo la proiettassero a livello europeo: "Labbra rosse" di Benassi, "L'anno scorso a Marienbad" di Resnais, "Eva" di Losey. «Losey mi chiese di andare con lui, mi avrebbe fatto fare due film all'anno, ma nel mio cuore c'era Anna Proclemer, e rinunciai». Invece, l'attore di teatro. «Al cinema, se ti tagli facendo la barba, non si gira, la pelle è tutto. In teatro vai in scena anche se ti sei azzoppato. Il teatro è psiche profonda, pesca in ben altre zone dell'essere. Naturalmente, io non parlo dell'attore perfettino, di chi non rischia, di chi fa il mestiere. Io parlo di un certo attore che è in grado di modificare totalmente la struttura, che produce trasformazioni e metamorfosi, il senso profondo di un testo come "Spettri"». "Spettri" di Ibsen, ma riletto da Camus, fu il testo che mi impressionò maggiormente da ragazzo, era il suo, e venne a Mantova un sabato e domenica in coppia con "La figlia di Iorio". «Regia di Mario Ferrero, Anna Proclemer faceva mia madre. Quando parlo dell'attore vero, io penso a Memo Benassi o a Eleonore Duse. Qualcuno mi raccontò d'aver visto una interpretazione di Eleonora Duse. Sembrava che parlasse di sé, che le parole fossero sue. Questo è il grande attore, uno che sa pescare nel proprio passato». Per provare certe emozioni che cosa rivive? «Vedo. Ho continue visioni. Durante le recite di "Adriano", quando Antinoo sta andando verso la morte, io vedevo un bambino nella culla che mi tendeva le mani. Il suo tendere era perentorio, ma io le respingevo con la mano. Il mestiere dell'attore è pieno di misteri. E ci sono i geni. Secondo me Peter O'Toole era un genio. In ogni personaggio raccontava se stesso, il suo alcolismo senza speranza, mostrava il suo sguardo allucinato, da insonne. Ci ha lasciato un grande attore. Lei ha visto il mio "Amleto"?» Nel '64 al Teatro Romano di Verona. «Quello era il primo. Lo diedi d'estate, con Mario Scaccia che faceva Polonio. Poi in autunno fui invitato da Laurence Olivier, che allora era direttore dell'Old Vic. Scaccia non se la sentì di venire, e lo sostituii con un suo concittadino». Galavotti, una voce bellissima. «Bellissima voce. Gala, Gala, che caro amico. A Londra c'erano molti "Amleto", anche quello di Richard Burton con Gielgud, e quello di O'Toole diretto da Olivier. E c'era il mio, diretto da Franchino Zeffirelli. Zeffirelli era cresciuto come me con Visconti». Il diminutivo glielo diede Suso Cecchi d'Amico. Anche lei ama Visconti? «Considero Visconti il più grande, non solo dell'opera lirica e del cinema, ma anche della prosa. Un gusto letterario, una cultura illuminata e illuminista, un'estetica, un artista dalle idee grandi e originali. Ma dopo di lui, e dopo Strehler, trovi solo i perfettini. La perfezione può anche piacere, ma non è arte. Io non sono contrario alla regia, serve a riabilitare filologicamente il testo scritto. Io rimprovero al regista di voler essere il protagonista, di soffocare l'effusione dell'attore. Il teatro raggiunge il massimo nel silenzio udibile». Un detto di Heiner Müller. Adesso è a Roma con "Quartett". Protagonista una sua pupilla, Laura Marinoni. «L'ha vista? Com'è?» Al Piccolo. Bravissima. E come vuole Müller, e come pretende anche lei, Marinoni fa sentire le parole anche nel silenzio. «Ci sono delle tecniche per far arrivare le parole in un certo modo. Ed è anche un fatto fisico, dipende dal palato. E dalla lingua. Ma soprattutto c'entra l'amore. Quando vedo il talento ne resto rapito. Un debutto indimenticabile quello di Elisabetta Pozzi, era bellissima ed esplosiva, un'attitudine all'immaginazione, un fare…» Ero al Duse di Genova quando lei mise in scena "Cin Cin" di Billetdoux. «A Genova ho conosciuto Elisabetta, figlia di un generale, irrequieta, irrefrenabile. Posso dirlo: una divina creatura. Sono guidato dal sentimento in tutte le mie azioni, e ogni volta c'è di mezzo sempre una donna. Ma molte occasioni le ho lasciate cadere senza un perché. Adesso mi avrebbero proposto di andare a New York a recitare Montale con Al Pacino, lui in inglese e io in italiano». Da spettatore, le auguro di volare a New York. Ho letto una notizia che come uomo le fa molto onore. Che è andato al funerale di Bianca Toccafondi, e ha tenuto l'orazione funebre. «Bianchina, l'ho amata moltissimo. L'avrei voluta sposare. Mi è sempre stata vicina, mi ha aiutato moltissimo. Una voce bellissima, ricordava quella di Andreina Pagnani. Una voce piena di colore, di assonanze. Avrebbe potuto fare la cantante. E poi venne Proclemer, l'attrice amata da tutti gli italiani. Superlativa sempre, fin nell'ultima recente apparizione cinematografica. «È vero, l'amavano tutti. Uno sguardo, una voce, un talento, un corpo bellissimo. Ancora prima di morire le avevo proposto di fare insieme "Romeo e Giulietta", la scenadel balcone. Lei non se l'è sentita. E io a dirle che solo i vecchi sanno recitare l'amore». Un'ultima domanda: le interpretazioni che ama di più della sua lunga e gloriosa carriera? «Enrico IV , in cui violentavo l'Autore, in cui non recitavo ma reinventavo, ed ero me stesso. "Memorie di Adriano", perché è il mio più grande successo, perché mio è il copione e recitando scoprivo che le parole diventavano suoni, pure emozioni. «Diventavo un musicista, come diceva del mio eloquio il mio primo e unico maestro, Athos Ori di Firenze.» Spiego per i lettori che lei distingue tra professore che insegna quel che sa, e il maestro che apre una finestra su quel che non si sa, come Socrate. «Ori fu per me come Socrate. E infine, "Amleto", perché tutto quel che ho fatto si inverava in quello spettacolo del 1964 portato all'Old Vic. Come Amleto rendevo il silenzio udibile. Mi sono sentito Attore. Con Amleto i conti restano però sempre aperti». Alberto Cattini