Soldato morto per l'uranio Risarcimento dopo 14 anni

di Giancarlo Oliani Il sergente degli alpini Marco Riccardi di San Martino Dall'Argine morì a soli ventisette anni per una rara forma di tumore, contratta dopo un periodo di sei mesi trascorsi in Bosnia, dal settembre 1997 al marzo dell'anno successivo. Le prime avvisaglie si manifestarono nel 1999: un gonfiore all'inguine. Devastante la diagnosi: rabdomiosarcoma alveolare. Fu operato, ma l'intervento chirurgico non risolse il problema e il giovane militare morì nell'ottobre di quello stesso anno. A distanza di quattordici anni i genitori di Marco hanno vinto la loro guerra. Il giudice Simona Gerola del tribunale di Mantova, accogliendo il ricorso presentato dalla famiglia contro il provvedimento avverso del ministero della difesa, ha riconosciuto al giovane soldato lo status di "vittima del dovere". La sentenza è diventata definitiva quattro giorni fa ed è inappellabile. La famiglia ha quindi diritto a un cospicuo risarcimento, a un vitalizio e ai farmaci gratuiti. La svolta è arrivata dopo una relazione della scienziata Antonella Gatti presentata alla Commissione d'inchiesta del Senato. La Gatti ha spiegato che gli artificieri in Bosnia sono entrati in contatto con metalli pesanti le cui nanoparticelle si sono legate al Dna, causando devastanti malattie. Marco Riccardi, tra il 1993 e il 1994, aveva partecipato, come aiuto artificiere, anche alla missione Ibis in Somalia. La sua unità si occupava, in collaborazione con il contingente tedesco, di far brillare gli ordigni inesplosi confiscati alle fazioni somale. Due anni dopo, venne inviato a Sarajevo in Bosnia, come armiere. Ci rimase sei mesi. Nel 1999 cominciò ad avvertire i primi sintomi della malattia che non gli lasciò scampo. I familiari si convinsero che il tumore era connesso al periodo trascorso dal figlio in Bosnia, e così, dieci anni dopo, presentarono una prima richiesta di risarcimento alla Difesa. Il ministero avviò l'istruttoria e il 28 maggio 2010 l'ospedale militare di Milano confermò la diagnosi, ma il Comitato di verifica per le cause di servizio diede parere negativo ed escluse il nesso di casualità tra la morte e il lavoro svolto. I genitori non si arresero e presentarono un'istanza di riesame della pratica. Nel 2011 il ministero chiese un nuovo parere al Comitato di verifica. Nel frattempo mamma e papà, che avevano potuto accedere agli atti, scoprirono il rapporto informativo del Sesto reggimento trasporti. Rapporto che confermava l'esposizione alle emissioni nocive quando gli automezzi militari attraversavano zone colpite da ordigni. Il Terzo Reggimento Alpini, la Brigata Taurinense, per il quale Riccardi aveva operato in Bosnia, rispose però in modo evasivo, restituendo un rapporto in bianco. E sulla base di quel rapporto, il Comitato di verifica si espresse ancora in modo negativo. Da qui la decisione del pool di legali di presentare ricorso al giudice civile di Mantova che ha dato ragione alla famiglia che dovrà essere risarcita di oltre 200mila euro, con diritto a spese mediche e assistenziali gratuite e a un vitalizio. Mauro è morto per il suo Paese. Non è un caso che sia stato equiparato, come trattamento, alle vittime del terrorismo.