IL GENERALE GONZAGA CHE NON SI ARRESE MAI

Dopo l'annuncio dell'armistizio ci fu lo sbandamento generale dell'esercito italiano: era rimasto senza ordini né direttive, in balìa dei tedeschi ormai determinati a disarmarlo, farlo prigioniero e pertanto fare dell'Italia un vasto fronte di guerra per impedire l'avanzamento degli alleati. In questa dissoluzione generale delle nostre truppe vi sono da riconoscere diversi atteggiamenti ovvero scelte capitali. Una parte piuttosto cospicua, rimasta senza ufficiali con precise iniziative, si risolse di raggiungere al più presto casa propria, sfuggendo ai rastrellamenti dei tedeschi. Un'altra, pure consistente, non riuscendo a sottrarsi al disarmo tedesco, fu fatta prigioniera e avviata all'internamento in Germania. Un buon numero entrò a far parte della resistenza armata, sia in territorio nazionale che all'estero, specie nei Balcani e nelle isole dello Jonio e dell'Egeo. Una minoranza che nell'armistizio non vide altro che viltà e tradimento nei confronti dell'alleato tedesco, passò subito alle dipendenze della Wehrmacht e poi nell'esercito di Salò. In ogni caso il primo pronunciamento contro gli invasori è stato quello dei militari che pur senza ordini né precise direttive, all'arrogante richiesta della resa e della consegna delle armi, risposero negativamente, pronti, se necessario a ricorrere all'estrema difesa. Riguardo al Mantovano, alla data dell'8 settembre c'erano sotto le armi oltre 20 mila soldati, la maggior parte inquadrata nell'Esercito (circa 17 mila), il resto inquadrato nella Regia Marina e Regia Aeronautica. Questi uomini erano sparsi un po' ovunque tanto nel territorio metropolitano quanto nei vari teatri di guerra: fronte ovest (confine francese); fronte est (confine sloveno); fronte balcanico (Jugoslavia, Albania, Grecia); fronte ionico (Corfù, Cefalonia); fronte dell'Egeo (Creta e isole del Dodecaneso: Rodi, Lero, Coo, Samo e altre). Orbene, in queste zone occupate nei mesi seguiti all'armistizio non si contano gli episodi di valore e abnegazione di fronte alle ingiunzioni tedesche di deporre le armi con la falsa promessa di tornare in Patria. Complessivamente nei teatri di guerra dove erano dislocate le truppe italiane si contarono circa 320 militari appartenenti alle tre armi che morirono tra il settembre e ottobre '43 durante la resistenza alle aggressioni germaniche. Fra questi sono compresi quelli deceduti a seguito di malattie, quelli dispersi in combattimento e coloro che sono periti in mare durante il trasferimento in prigionia. Tra questi caduti, seguendo l'ordine cronologico dei fatti, vi sono da ricordare tre Medaglie d'Oro e una d'Argento al valor militare alla memoria, peraltro onorate in città con busti, targhe e intitolazioni di vie. Intanto si menziona il generale Ferrante Gonzaga del Vodice, classe 1889, non di nascita mantovana però discendente dall'illustre dinastia dei Gonzaga. Comandante la 222ª divisione costiera, la sera dell'8 settembre '43 a Buccoli-Conforti (provincia di Salerno) avuta l'intimazione di arrendersi dal comandante di un reparto tedesco, maggiore Alvensleben, rifiutò decisamente la consegna dei suoi reparti ai nemici gridando fiero davanti ai suoi uomini: "Un Gonzaga non si arrende mai!". Mentre impugnava la propria pistola, fu colpito da una raffica di mitra. Significativo questo passo della lapide che il comune di Eboli ha voluto dedicargli: "…col suo sacrificio accese qui la sacra fiamma del sacrificio precorrendo le gesta gloriose della lotta partigiana". Nel mare di fronte all'isola dell'Asinara si sacrificò il 9 settembre '43 il capitano di corvetta Alessandro Cavriani, classe 1911, mantovano, pure di origini nobiliari. Mentre la propria nave, il cacciatorpediniere Vivaldi, si inabissava in seguito alle manovre di autoaffondamento, l'ufficiale insieme al capomacchine Virginio Fasan, preferiva tornare a bordo nonostante il divieto del proprio comandante per finire insieme a lei. Un passo della motivazione della Medaglia d'Oro: "…Ai naufraghi che seguivano l'inabissarsi dell'unità riappariva sul castello nell'imminenza dell'affondamento assieme al sottufficiale che lo aveva seguito, diritto nel saluto alla Bandiera cui offriva l'olocausto di una nobile esistenza che aveva voluto legare al destino della nave". Terza massima onorificenza è stata attribuita al capitano Edmondo Bruno Arnaud, classe 1901, di Suzzara. Ufficiale nel 120° reggimento fanteria, si trovava in Jugoslavia il 18 settembre '43. Risoluto a combattere i tedeschi che chiedevano il disarmo della propria compagnia e a respingere i numerosi assalti delle SS della Divisione Prinz Eugen che volevano impadronirsi della piazzaforte marittima di Cattaro, punto d'imbarco per i soldati italiani verso la patria, cadeva fucilato a Gruda, Bukovina - Hombla. Si dice fra l'altro nella motivazione della Medaglia d'Oro: "…affrontava con stoica fermezza la fucilazione, confermando le preclari virtù militari delle quali aveva dato luminosa prova alla testa dei suoi valorosi fanti…". La Medaglia d'Argento al valor militare è stata concessa al caporal maggiore Pierino Pari, classe 1920, nativo di Borgoforte. Appartenente alla Divisione Acqui, 2° reggimento artiglieria III gruppo contraerei, si sacrificò il 17 settembre '43 a Cefalonia negli scontri fra le batterie italiane e aerei tedeschi della Luftwaffe inviati a schiacciare la resistenza dei reparti del generale Gandin. Ecco alcuni momenti del conferimento onorifico da parte del Ministero della Difesa: "Capopezzo di batteria contraerea, nell'infuriare della battaglia rimaneva fermo al suo posto di combattimento incitando i propri serventi alla resistenza. All'ordine (serventi riparatevi) continuava con ardore il suo fuoco senza dar tregua al tedesco aggressore. Centrata la posizione da tre bombe sganciate da bassissima quota, incontrava morte eroica saltando in aria avvinghiato al proprio cannone. Fulgido esempio di consapevolezza del dovere e sereno sprezzo del pericolo". * Istituto mantovano di storia contemporanea