Ora la leggenda di Nivola rivive tra coppe e trofei

di CESARE DE AGOSTINI Una chiesa del seicento dal nome dolce e gentile - Carmelino - con la luce che piove dall'alto, con vasti stucchi alle pareti e un senso di diffusa eleganza, ospita da meno di un anno il Museo Tazio Nuvolari. Coppe, targhe, fotografie presentano i ricordi di una vita vissuta tra rischi, trionfi e incidenti, che solo per un destino benevolo non ebbero esito mortale. Il mito del "superasso" (così lo definì il grande giornalista Gianni Brera), venuto al mondo nel 1892 e scomparso nel 1953, è nato da questo impasto esplosivo che ha conosciuto almeno quattro generazioni di appassionati. Sportivi e non. La passione e gli sforzi del presidente dell'Automobile Club di Mantova, dottor Giancarlo Pascal, e il sapiente restauro dell'architetto Franco Mondadori hanno consentito al giornalista mantovano Gianni Cancellieri - conservatore del Museo stesso - di creare qualcosa che informa, interessa, stimola. Tazio rivive nella scia di tutto quello che ha lasciato: pezzi di vita, frammenti di una carriera lunga trent'anni, iniziatasi con un casco; come un piccolo mappamondo, di un colore vagamente azzurrino che porta evidenti i segni di colpi, urti, botte, strisciate. Ma anche di lotte e vittorie ottenute in sella alla Bianchi 350, la moto definita la "freccia celeste di Nivola". Il cervo di Donington. Cancellieri ha cercato i resoconti di queste corse sulle due ruote, li ha scovati nelle più varie pubblicazioni e poi censiti. Sono 124, ma lui dice che all'appello ne mancano forse ancora un paio, ma di minore importanza. Centoventiquattro, dunque, nobilitate da 77 vittorie. Una media da far invidia a Senna e a Schumacher. Assieme a una maglia tricolore e a un paio di stivali che arrivano fin quasi al ginocchio, quel casco è la battuta iniziale, il "la", di tutto il Museo che si sviluppa metro per metro sino alla fine della navata. Proprio in fondo, a commiato di tutto, ecco il più strano, sorprendente e inatteso trofeo: la testa di un cervo. Nell'ottobre 1938, Nuvolari stava provando sul Circuito di Donington (oggi modificato ma ancora in uso) in vista della gara che potrebbe essere definita Gran Premio d'Inghilterra o, ancora meglio, di Gran Bretagna. Salite, discese, prati, boschi: una cornice del tutto inglese. Improvvisamente un cervo sbucò dalla foresta e attraversò la pista proprio nell'attimo in cui sopraggiungeva la Auto Union numero 4, destinata alla vittoria. Tazio ebbe appena il tempo di irrigidire le braccia sul volante e alleggerire la pressione del piede destro sull'acceleratore. L'animale, investito in pieno, volò in aria, la macchina non sbandò, non andò in testa-coda, non uscì di strada. «Un incidente così non l'avevo mai avuto». Quelli dell' Auto Union imbalsamarono la testa e gliela regalarono. Nivola l'espose nel suo studio, in alto, appena sopra la porta d'ingresso. "La Tribuna Illustrata" dedicò a quell'avventura la copertina, puntualmente incorniciata ed esposta. Il cofano perso alla Mille Miglia. Le sorprese, gli scossoni visivi, ma anche qualche ricordo venato di giovinezza, continuano con un foglio di lamiera sagomata con maestria da un anonimo carrozziere in un giorno di primavera. Sul rosso vivo spicca un numero: 1049. E' il cofano della Ferrari con la quale Tazio - 56 anni - prese il via alla Mille Miglia del 2 maggio 1948. Non si tratta di un cofano qualsiasi ma di quello che, nel pieno della sfiancante gara, si sganciò dalla vettura prima di raggiungere Roma. E così, guidando un bolide a motore scoperto, con i suoi dodici cilindri all'aria aperta, Nuvolari puntò verso Brescia in testa a tutti. Era partito raccogliendo quasi per sfida l'offerta di Enzo Ferrari. Mancavano solo due giorni alla grande prova e il vecchio Tazio, privo di allenamento, aveva provato la macchina solo per pochi chilometri, poi era partito nel cuore della notte. Fu la più incredibile prodezza della sua già incredibile carriera. La gente, ai bordi della strada, lo vedeva passare e aveva l'impressione che la macchina si sfasciasse poco a poco. Nei pressi di Reggio Emilia, la rottura del perno di una balestra, sommato alla perdita di un parafango e allo sganciamento del sediolo del suo secondo (il meccanico Sergio Scapinelli), costrinsero la 1049 al ritiro. La maglietta gialla L'immobilità del cervo, che sembra patire nostalgia per i suoi boschi, vira verso una teca lunga, vasta e preziosa perché custodisce un centinaio di medaglie d'oro. Sono i premi aggiuntivi che gli organizzatori delle gare mettevano in palio. Tazio le custodiva con particolare cura, forse perché il loro colore, il giallo, richiamava la maglietta che, assieme ai pantaloni azzurri, aveva scelto come divisa da corsa. Ma la parola "divisa" non suona bene, meglio livrea. Dalla seconda metà degli anni trenta, il "mantovano volante" aveva abbandonato le tute larghe e informi, le maglie raffazzonate, i corpetti arrangiati per presentarsi alle gare, si direbbe, elegante e affascinante. A poco a poco, molti suoi colleghi di rischio e di avventura lo copiarono, ma senza mai raggiungere quell'insieme che concorre a formare una personalità incisiva e particolare, che sta a mezzo tra un soldato e un indossatore. Un centinaio di medaglie, si diceva, molte se confrontate alle coppe. Un piccolo mistero risolto con gli anni. Per contratto l'Alfa Romeo esigeva non solo una quota dei premi di partenza e di arrivo ma pure le coppe. Così il loro vincitore era costretto a privarsene. Quelle che gli rimanevano erano sistemate nello studio della villa di viale Rimembranze, in doppia fila, su due mobili realizzati ad hoc. E' interessante iniziare la rassegna di quello che Tazio indossava quando correva. Partendo dall'oro di quei preziosi gettoni, si arriva subito alla maglia dal colore uguale, confezionata su misura, con il monogramma TN cucito sul lato sinistro, là dove batte il cuore. Accompagnata dall'azzurro dei pantaloni, nasce una perfetta combinazione cromatica che si completa con il nastrino tricolore, messo sempre al collo per obbligare l'aria a non scendere nel petto. Ci sono anche le cuffie che fungevano da casco. Di tela o di pelle, bianche o rosso scuro. Non si è mai saputo quale istinto, quale mania lo orientasse a preferire una volta quella bianca, un'altra quella rossa. Il caschetto insanguinato Era superstizioso Nuvolari? Non esistono prove sicure nell'uno o nell'altro senso. Se però si tiene presente che gareggiò tranquillamente con i numeri 13 e 17, che molti piloti rifiutano, si è portati a dire no.Anche i caschetti, come la testa del cervo, sono muti. Quello bianco porta ancora delle macchie di sangue. Possono risalire all'incidente di Alessandria, dell'aprile 1934; o a quello di Tripoli, del maggio 1936; o a quello di Torino dell'aprile 1937. Non mancano gli occhialoni e la visiera che rimanda alla memoria del trionfo alla 24 ore di Le Mans. Ma potrebbe essere stata usata anche per la sua più grande vittoria, quella ottenuta al Gran Premio di Germania del 28 luglio 1935. In Nuvolari il tempo cancellò molti ricordi, molte avventure, ma non quella ottenuta sul più difficile tracciato che la mente di un progettista possa realizzare, il Nürburgring, nell'alta Germania. Da un lato nove macchine tedesche, superpotenti, dall'altro un'Alfa Romeo di antica concezione, continuamente rimaneggiata per tentare di tenere il passo delle Mercedes e delle Auto Union. Da un lato un pattuglia di nove piloti tra più eccelsi della storia dell'automobilismo, dall'altro lui. Da solo. Alla fine di quattro ore di gara, sul rettilineo d'arrivo si presentò vittoriosa la rossa macchina italiana. A sorpresa, si credeva infatti fosse un ritardatario. Sull'onda di questo ricordo, che si perde nel groviglio di ben otto decenni, l'inaugurazione del Museo si svolse il 16 novembre dell'anno scorso. Quel giorno Nivola avrebbe compiuto centoventi anni. Per l'occasione fu esposto ed esibito al pubblico il primo tipo di quell'Alfa Romeo che i libri di tecnica chiamano "Tipo B" o "P3" e che vinse in tutta Europa. Esaminarla, toccarla, frazionarla in tanti particolari così distanti dalla nostra cultura automobilistica, vedere anche il trofeo vinto in quella occasione, fu un eccezionale biglietto da visita con il quale il Museo ha cominciato la sua vita. Dopo l'Alfa, fu esposta la Cisitalia Abarth 204 con la quale Tazio compì la sua ultima corsa. Era il 10 aprile 1950 e il "mantovano volante" spiccò l'ultimo volo vincendo la classe 1100 Sport alla Palermo-Monte Pellegrino. Fu poi la volta dell'ultima vettura da passeggio: una Fiat 1400, completa di targhe, documenti e interni originali. A metà settembre le porte del Museo si sono aperte per ospitare una MG Magnette, modello con il quale Nuvolari si aggiudicò per la seconda volta il famoso Tourist Trophy all'isola di Man. Il presidente Pascal è particolarmente attento a esporre a rotazione vetture legate in qualche modo a Tazio. Il conservatore Cancellieri a sua volta sa molto bene che coppe, targhe, trofei, fotografie, tutto insomma acquista un motivo di interesse e curiosità in più se accompagnato da una macchina vera, non solo un'immagine più o meno riuscita. La dedica di d'Annunzio Il 28 aprile 1932, Nuvolari fu ricevuto al Vittoriale di Gardone da Gabriele d'Annunzio, che gli suggerì un emblema, un simbolo, un portafortuna regalandogli una piccola tartaruga realizzata dal famoso Buccellati di Milano. "All'uomo più veloce, l'animale più lento" così avrebbe detto il Vate, non prima di avergli fatto promettere di vincere la Targa Florio, corsa che distava pochi giorni. "Un patto stipulato entro la stanza funebre", come gli scrisse in un telegramma spedito a Palermo subito dopo la notizia della vittoria. Frutto della sua "tremenda obbedienza". Oltre la tartaruga, oltre al telegramma, in mano a Tazio e quindi esposti al Museo con particolare evidenza, restò anche una fotografia con dedica: "A Tazio Nuvolari del buon sangue mantovano, che nella tradizione della sua razza congiunge il coraggio alla poesia, la più tranquilla potenza tecnica al più disperato rischio, e infine la vita alla morte nel cammino della vittoria".