Poggio in lacrime «Addio campane»

di Vincenzo Corrado wPOGGIO RUSCO «Ho visto tante persone passare di qui, rendersi conto dello stato in cui è ridotta la chiesa e piangere. Anche i non credenti eh! Questo è il cuore del paese, guardi come è ridotta la mia chiesa». Don Tonino Frigo si sbraccia, indica, elenca, spiega, parla con gli operai. Ma sorride sempre. La sua casa parrocchiale è a pochi metri dalla chiesa Santissimo nome di Maria, cioè dalla più grande ferita che ancora oggi, a due mesi dal sisma di fine maggio, fa commuovere i poggesi. Dalla piazza si vede un'impalcatura imponente, gli operai sui ponteggi al lavoro a venti metri d'altezza. E poi le campane. Per terra, tra la chiesa e l'appartamento di don Tonino. «Le hanno smontate un paio di giorni fa perché il campanile è troppo danneggiato, c'era il rischio che venisse giù tutto» spiega il parroco. Il din don dan poggese, però, non è scomparso. «Ma sì – spiega il sacerdote – ci sono degli altoparlanti che riproducono il suono delle campane, ma certo non è la stessa cosa. La prima volta che abbiamo usato il suono registrato avrò ricevuto trecento telefonate di fedeli che mi chiedevano cosa fosse successo, perché il suono è diverso. No, non è la stessa cosa». La chiesa poggese all'interno presenta danni ingenti. Crepe lunghe metri, un paio di squarci da cui passano i piccioni, che con i loro escrementi hanno ricoperto buona parte del pavimento. E poi, ovunque, pezzi di muro, polvere. Gli scossoni del 20 e 29 maggio hanno fatto crollare calcinacci e hanno sbeccato decorazioni. Inagibilità totale. Le prime stime dicono che ci vorranno almeno due milioni di euro per rimettere in sesto l'edificio. Da una ventina di giorni, intanto, sono iniziati i lavori di messa in sicurezza. «Questi ragazzi hanno lavorato senza sosta, anche al sabato e alla domenica – dice il parroco – tra un paio di settimane dovrebbero aver finito». Finiranno di installare i tiranti, cioè quelle sbarre di ferro che, passando da un muro all'altro, tengono in piedi la struttura pericolante e di puntellare le finestre. Poi, dopo aver consultato i vertici della Diocesi, don Frigo saprà se Poggio potrà riaprire la sua chiesa. Ci vorranno, nella migliore delle ipotesi, mesi. E tanti soldi. «Ogni volta che entro mi commuovo – dice il sacerdote – Ma non dobbiamo dimenticarci che il terremoto non ha colpito solo gli edifici, ma anche il morale delle persone. Io sono dispiaciuto per la chiesa, tantissimo, ma la mia priorità restano i poggesi. Da questo punto di vista, nella sfortuna siamo stati fortunati: stiamo ricevendo aiuti da ogni parte d'Italia». Don Frigo ci mostra un appartamento libero al secondo piano della parrocchia: lì tra pochi giorni verrà ospitata una famiglia rimasta senza casa per colpa del terremoto. L'epicentro della solidarietà in paese è la parrocchia. Qui, ad esempio, sono arrivate donazioni da migliaia di euro da un gruppo di mamme di Ziano di Fiemme (Trento), che ha venduto torte fatte in casa per aiutare gli sfollati. Qui da Brescia è arrivato un container da un'azienda edile che ora viene usato come magazzino della Caritas. E ancora: qui il sacerdote allunga «qualche euro» a chi dopo il sisma ha perso quasi tutto. A pochi metri da qui i poggesi si commuovono, davanti alla ferita più evidente del paese. Con le campane a terra e i muratori sul campanile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA