SISMA»REPORT SAN GIOVANNI

SAN GIOVANNI DEL DOSSO La chiesa squarciata è l'emblema di quanto duramente il terremoto abbia colpito San Giovanni del Dosso. Le macerie del timpano fanno intendere a chi passa che le ferite inferte dal sisma qui sono tante e profonde. Ben 226 edifici lesionati, dei quali 106 inagibili. E 58 sono prime case. Gli sfollati sono 122 e tra loro anche il sindaco Angela Zibordi, il vicesindaco Mario Loddi e l'assessore Luna Mortini. Tra aziende agricole e attività sono 31 le danneggiate, inclusa la Corma, e il problema si somma a quello dei tanti dossesi dipendenti di aziende di Mirandola lesionate o crollate. Riprogettare il futuro non è facile, ma la fase dell'emergenza si sta chiudendo e, a un mese esatto dalla prima scossa, cioè il 20 giugno, il campo di accoglienza sarà smantellato. L'auspicio è riuscire a intervenire presto sulla chiesa e riaprire il centro. «È stata dura tenere chiusa via Roma: il paese era diviso in due – racconta il sindaco Angela Zibordi –. Poi il crollo del timpano ha ridotto i rischi di crollo della chiesa ed è stato possibile aprire un varco. Ma resta il disagio di non avere la provinciale libera, così che il traffico passa tutto in via San Giovanni, dove si affacciano diversi edifici a rischio di crollo. Ho vietato l'accesso ai camion, non posso impedirlo alle auto. La Curia ha depositato in Comune il progetto per mettere in sicurezza la chiesa, che prevede una imbragatura davanti che tenga unite le fiancate e l'abside. Costo 160mila euro. Ora si attende l'autorizzazione alla spesa della Protezione Civile, che dovrebbe finanziarla». Altri edifici pubblici sono stati danneggiati, ma non in modo grave: la polivalente, l'ex municipio, il cimitero. Però il terremoto si è portato via, forse per sempre, lo storico Bar Sport. Le lesioni lo rendono inagibile e il titolare, l'ultra70enne signor Arturo, pare più intenzionato a mettersi a riposo che a ristrutturare. Bisogna guardare avanti, e l'amministrazione comunale sta già promuovendo diverse idee per ridare alla comunità dei nuovi luoghi di aggregazione sociale e religiosa. «Siamo un comune piccolo, con poche possibilità, per ciascuno di noi affrontare l'emergenza è stato molto impegnativo». Angela Zibordi ha vissuto quest'esperienza su due fronti entrambi gravosi, da sindaco neoeletto e come funzionario dell'ufficio tecnico del Comune di Mirandola, settore Edilizia privata. È in centro storico, in pratica l'intera zona rossa. Il giuramento, la sera del 18 giugno, ha preceduto di poche ore la prima tremenda scossa. Alle 4.15 era già in Comune con gli altri amministratori a portar fuori scrivanie, computer e telefoni. Un po' per paura, un po' perché la gente vedesse che loro erano lì, pronti. Drammatico inizio di mandato. Per dieci giorni sono rimasti in Comune giorno e notte. «I miei amministratori hanno dato il massimo, specie il vicesindaco Mario Loddi e il consigliere Armando Bertolasi. Ci siamo trovati con 250 persone fuori di casa da aiutare. Ci hanno dato manforte i volontari della Pro Loco che in poche ore si sono organizzati e dal mezzogiorno del 20 maggio preparando due pasti al giorno. Un lavoro impagabile, anche grazie al Centro Sportivo che ha messo a disposizione le strutture. Anche i dipendenti comunali si sono molto spesi. La protezione civile mi aveva proposto un campo unico a San Giacomo, ma non ho accettato. I nostri cittadini avrebbero avuto grandi difficoltà, specie gli anziani, e io volevo che si sentissero curati in un momento così traumatico. Ho insistito per avere il nostro campo, che abbiamo gestito con la Protezione Civile di Asola e il gruppo di giovani del paese. Questi ragazzi, tra i 17 e i 20 anni, hanno avuto un ruolo importante, si sono fatti forza gli uni con gli altri e hanno lavorato, per esempio hanno montato le tende. Ma per gli anziani ho chiesto 50 brande alla Croce Rossa per alloggiarli nella scuola materna dove dormono tutti insieme». Decidono loro se andarci o meno, con la badante o no, e per prendere sonno non c'è la tv ma il tradizionale, rilassante filòs. Roberta Bassoli