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Cerimonia sobria per festa grande È il canone Mantova


Il cielo su piazza Erbe è rettangolare. I nembi, i cirri, i cumuli grigiobianchi stanno alla larga, dietro i tetti. Gli umori delle nuvole rispettano l’inaugurazione del dodicesimo Festivaletteratura, come se fosse un rito, una cerimonia, una messa.
 Un che di liturgico ce l’ha questo canone mantovano: si ripete, replica la sua natura, moltiplica il suo essere discreto e felice, come una messa al campo. Quelli del comitato organizzatore erano quasi tutti boy scout.
 Il Festivaletteratura ha fatto così tanta strada da permettere a un solitamente sobrio, misurato presidente Luca Nicolini libraio in Mantova, di proclamare un paio di concetti che - finalmente - il comitato può per forza d’autorevolezza e importanza dire vibranti e chiari. Il primo riguarda i caratteri somatici della manifestazione. Un dibattito un poco noioso è lì che si macera per decifrare se il pubblico sia più curioso o competente. Perché i curiosi bazzicano nelle kermesse (ma che brutta parola), mentre i competenti sono intronizzati nella convegnistica.
 Nicolini, con l’esperienza della dozzina di edizioni, preferisce risolvere l’arcano con due osservazioni semplici: Festivaletteratura regala ai curiosi qualche briciola in più di competenza, e insinua nei competenti il tarlo della curiosità. Non c’è parola o ragionamento che per il pubblico non mimetizzi una formula per intuire vita e miracoli della manifestazione. Che secondo Nicolini è così zeppa di diversità da incarnare il teorema del nomadismo culturale (passare da una lettura a un’altra). Tale condizione riconosce e fa tesoro del nomadismo sociale, antropologico.
 Varie e belle immagini che ordiscono il canto d’ingresso di questa edizione, abbondantemente saggistica.
 A ben pensarci l’apertura, che certamente ha assecondato il canovaccio, ha riservato gradevoli variazioni sul tema. Anche formali, marginali, fatte di accenti esteriori. Come la chiara sollecitazione di Nicolini, circondato dagli altri componenti fondatori del comitato organizzatore, al rappresentante della Regione, il vice presidente del consiglio Enzo Lucchini, di dare di più. Sovvenzionare di più, visto che il delegato del Pirellone aveva un attimo prima benedetto il Festival come angelo incubato dall’auctoritas lombarda.
 In parte inaspettati anche certi segmenti dell’intervento del sindaco in abito nero-bianco e fascia tricolore con innesto del pass ospiti. Fiorenza Brioni è evidentemente in completa sintonia con questa manifestazione, ne asseconda l’intonazione fatta di similitudini e iperboli. Accanto al solenne gonfalone municipale (da dove occhieggia il sacrosanto Virgilio) la Brioni ha parlato di “concentrato di idee in una grumo di giorni”, e ha cantato la magia della formula, il grande talento degli organizzatori.
 Il Sole punta dritto sull’imbocco del tendone dove le autorità sono dispiegate. Il Sole batte lì, sfoderando tutto il meriggio centropadano sulle facce di chi parla, parlerà, rappresenta enti e istituzioni, imperterrito sta in cravatta o in divisa. Gente incoraggiata dalle parole di Nicolini, che dice di smetterla di parlare di situazioni percepite, di caldo percepito, nonostante da un po’ abbia abbandonato la giacca del suo completo color carta da zucchero che lo rende molto british.
 Il più sportivo del parterre è però Maurizio Fontanili. Inaspettatamente il presidente della Provincia appare in piazza Erbe in tenuta inusitata, eccezionalmente fuori ordinanza. Basta completo scuro e cravatta color fucsia, tinta “dolosa” esibita a ogni apertura di Festival. Il presidente porta pantaloni che hanno una cromia sabbia e indossa una polo della stessa coloritura. Sopra la fascia traversa presidenziale azzurro-Italia. Ma che è sucesso? «Questo bel momento non necessita di grande ufficialità. E oggi non c’è neanche il clima più adatto per mettersi in giacca e cravatta».
 Gli raccontiamo che in mattinata qualcuno aveva sparso la voce che lui, Fontanili, reduce dall’inaugurazione triplex delle mostre canossiane, si sarebbe presentato con una figurante in costume medievale: Matilde di Canossa. Il presidente sorride. Riflette. Risponde: «Matilde c’è sempre». Senza cravatta anche il presidente della Camera di commercio Ercole Montanari, mentre il direttore Enrico Marocchi sfoggia un completo celeste. Molto beach (spiaggia) il deputato sindaco di Pegognaga Marco Carra, che non sta fra le autorità, ma verso il portico dove gira a quanto sembra una brezza appena più fresca. L’onorevole porta una maglia a righe maxi e sfoggia un’abbronzatura da fare invidia. Il momento del brindisi - che scocca alle 17.10 precise - è straordinario, convulso. La corsa al banco di cartone sotto la tenda, tra i totem blu, a un passo dalla libreria sotto cellophane, ha un’onda felliniana. In alto i calici. Insieme agli invitati, ai vertici del Festival, agli scrittori già arrivati, vaga e sorseggia un simpatico popolo di lettori, curiosi, imbucati, assetati, cacciatori di autografi, gente che da settimane si addestra per mangiarsi tutto il Festival e gente che del Festival non sa un’acca.
 Alle 18 il paesaggio urbano di Mantova è struggente, premuto da una cappa ultradensa di vapor d’acqua soffiato fuori dal Mincio. Sotto la Torre dell’Orologio dipinge al cavalletto un signore che sembra non sentire e vedere altro che il ritmo delle ombre sotto il portico della Ragione. In piazza Mantegna gli altoparlanti annunciano il comizio di Antonio Moresco sull’Eternità. In piazza Alberti il premiatissimo Paolo Giordano rilascia interviste a una giungla di microfoni. Ecco, siamo finiti dritti dritti dentro il Festival. E ha ragione Nicolini. Non è una percezione.
- Stefano Scansani