Resistenza: la battaglia di Gonzaga Che cos'è l'obiettività della storia

Un intervento sulle «verità storiche», gelosamente custodite dall'autore dell'intervento dal titolo 'Non chiamatela battaglia", apparse sulla Gazzetta del 15/2, sarebbe stato quantomeno irriverente; ma visto che lo stesso autore subito dopo le ridimensiona, opportunamente, a semplici «considerazioni», suggerisco una lettura e un'interpretazione delle contestazioni mosse alla cosiddetta «battaglia partigiana di Gonzaga».
La lettura, anzitutto, dei testi sinora scritti sulla vicenda, che l'autore dimostra di non aver fatto, mentre invece gli avrebbe evitato molteplici affermazioni prive di fondamento. Per quanto riguarda l'interpretazione, già quella sull'uso improprio del termine «battaglia», fatto dagli storici, semplicemente motivata da una sbrigativa consultazione di un dizionario, è ingiustificata perché nel caso della vicenda di Gonzaga, Luciano Casali, docente di Storia contemporanea nell'Università di Bologna, ha opportunamente aggiunto l'aggettivo di «urbana» e la precisazione che si trattò dell'unica battaglia urbana combattuta da forze partigiane nell'area padana nel corso dell'inverno 1944-45. L'attacco ai tre presidi della guardia nazionale repubblicana, della brigata nera e del «campo di transito», custodito dai tedeschi e dalla guarda repubblicana del lavoro di Modena, si protrasse per molte ore. I militi della Gnr si arresero e furono lasciati liberi di rientrare nelle loro famiglie, mentre la brigata nera resistette e la sua sede non fu espugnata; il fattore sorpresa funzionò unicamente al campo di concentramento, ma l'imprevisto ci mise, come si suole dire, lo zampino: la reazione dei militari tedeschi, che comportò la morte di due partigiani, e la contestuale risposta di quest'ultimi, che produsse 15 morti tedeschi (tre dei quali si spensero all'ospedale di Gonzaga) e 5 della Gnr del lavoro di Modena. L'eco della sparatoria (e non quindi la supposta silenziosa uccisione all'arma bianca) scatenò l'attacco agli altri due presidi con gli esiti appena ricordati. Il «campo» di Gonzaga (Dulag 152) entrò in funzione alla fine di novembre del 1944, in sostituzione di quello di Fossoli, e rimase praticamente inutilizzato dopo la battaglia di Gonzaga. Il suo funzionamento è stato ricostruito grazie a una particolareggiata testimonianza di un internato, in quanto renitente alla leva e adibito ai servizi con un regolare «contratto di lavoro». Comprensibile che il giorno successivo alla battaglia la popolazione fosse preoccupata di possibili ritorsioni da parte tedesca e dei fascisti della repubblica di Salò, ma ciò era del tutto ingiustificato. La questione era infatti di esclusiva competenza della SS e di un apposito tribunale volante, che puntualmente si riuni a S. Benedetto Po, ed emise, com'è noto, la condanna a morte di sette partigiani, rastrellatati nella zona di Poggio Rusco, senza alcun rapporto di uno a dieci per il semplice motivo che allora Gonzaga non era zona del fronte di guerra. E non era neppure sede di un'attiva organizzazione partigiana (questo i tedeschi e la brigata nera lo sapevano perfettamente); la battaglia fu infatti progettata e condotta esclusivamente da formazioni reggiane e modenesi. L'attribuzione del merito dell'incolumità riservata ai gonzaghese al «comandante tedesco» e all' «intercessione di qualcuno» è pura e semplice invenzione, vuoi per la ricordata competenza, e anche perché i militari della Wehrmacht e ancor più i civili si guardavano bene dal rivendicare concessioni alle SS. Con ogni probabilità a far circolare tale attribuzione furono gli stessi tedeschi e i loro principali collaboratori locali del partito fascista repubblicano, con l'evidente obiettivo di recuperare un rapporto di fiducia con la popolazione civile, ormai logorato in modo irreversibile dal disastroso andamento della guerra.
Quanto ho esposto, in forma sintetica, chiunque può ritrovarlo nei testi sinora scritti sulla battaglia di Gonzaga con tanto di documentazione, pazientemente raccolta nei decenni, ascoltando decine e decine di testimoni di entrambe le parti in conflitto, negli archivi privati e pubblici, italiani e stranieri, e nella cospicua bibliografia disponibile sulla Resistenza. Purtroppo non ho in tasca la verità e non conosco quella storica; conto invece sull'obiettività della storia che mi hanno insegnato stia nella trasparenza del metodo utilizzato per formulare le conclusioni delle ricerche. Che la Resistenza armata presenti luci e ombre è risaputo, ma è a dir poco sorprendente che ci si dedichi ancora oggi a esaltare solo il buio in nome e per conto della verità.
Luigi Cavazzoli