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Quindici anni all’omicida di Giovannini

 CASTELLUCCHIO. Non ce l’ha fatta nemmeno nel nuovo processo disposto dalla Cassazione. Cristi Janu Petrisor, 26 anni, rumeno, è stato condannato ieri dalla Corte d’Appello di Milano a 15 anni e 8 mesi di carcere per l’omicidio di Paolo Giovannini, 60 anni, l’assicuratore di Castellucchio trovato soffocato nella sua casa il 5 dicembre di 8 anni fa. Stessa pena aveva chiesto il procuratore generale mentre i difensori Cristina Tarchini e Guariente Guarienti si sono battuti per l’assoluzione sostenendo che c’erano solo indizi e non prove e che mancava il movente.
 I giudici milanesi, di fatto, hanno confermato la condanna che era stata inflitta nel precedente processo di secondo grado dai colleghi bresciani, dopo i 18 comminati dal Gup di Mantova Marcello Bortolato a conclusione del processo celebrato con il rito abbreviato. A dare un colpo di spugna alla sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Brescia era stata la Cassazione, che aveva disposto un nuovo processo affidandolo ai giudici meneghini. Ciò, in quanto non si poteva affermare con certezza l’epoca a cui fare risalire le tracce biologiche (saliva) rilevate su due bicchieri e altrettanti mozziconi di sigaretta rinvenuti nell’abitazione della vittima e quelle trovate sui mozziconi presenti nel portacenere della Mercedes di Giovannini. Auto con la quale sarebbe fuggito Cristi Ianu Petrisor.
 Tracce che potevano essere state lasciate molto prima del delitto, ovvero nei giorni precedenti, durante i quali l’assicuratore e il giovane romeno si erano frequentati. E siccome questo aspetto per i giudici della Cassazione assumeva un ruolo rilevante ai fini della colpevolezza, ha annullato il processo celebrato dalla Corte d’Assise d’Appello di Brescia. Che aveva deciso per uno sconto di pena di 2 anni e 4 mesi rispetto alla sentenza di primo grado.
 Gli atti erano quindi stati inviati alla Corte milanese per celebrare il nuovo processo, con l’invito ad approfondire l’elemento legato, appunto, alle tracce biologiche. Ma ieri i giudici milanesi hanno evidentemente ritenuto che il ritrovamento di quei reperti con la saliva dell’imputato rappresentassero una delle prove fondanti della sua colpevolezza e lo hanno quindi condannato - tenendo sempre in considerazione lo sconto di pena per effetto del rito abbreviato - a 15 anni e 8 mesi di carcere.
 Al processo era presenta Cristi Ianu Petrisor, che ha accolto la sentenza con le stesso effetto che produce un pugno nello stomaco. I difensori - come detto - hanno insistito nel sostenere che a carico dell’imputato c’erano solo indizi, definiti addirittura contradditori. Hanno anche battuto molto sul tasto delle tracce biologiche, che non potevano costituire l’elemento su cui fondare la colpevolezza.

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