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Lucchini, stilista degli stilisti


«Era l’inizio degli Anni 70, un giorno Giorgio Armani si presentò alla redazione di Vogue in Piazza Castello a Milano per annunciarci che avrebbe cominciato un suo marchio. Flavio compose la scritta Giorgio Armani usando come carattere lo stesso Bodoni usato per il logo Vogue, e poi gli fece vedere le foto che avevo appena realizzato negli USA delle divise militari americane: ad Armani piacquero e la sua prima collezione fu ispirata da quelle foto fatte per L’Uomo Vogue».
 Pagina di storia della moda che, dalla testimonianza del celebre fotografo Oliviero Toscani, passa all’Armani, allora stilista debuttante, per raggiungere quel Flavio, del quale il cronista ritiene doveroso precisare il cognome: Lucchini, da collocare dunque nell’universo dell’alta moda. Al di là dell’episodio, Toscani aggiunge: «Flavio Lucchini è stato il responsabile della promozione della moda e del design italiano nel mondo, lui è il vero inventore e creatore del Made in Italy, nato e cresciuto grazie a lui e alla spinta editoriale dei suoi giornali di quel tempo».
 Sono testimone dell’iniziazione di talenti poi diventati fortunatissimi e ricchissimi, spinti, agevolati ed aiutati da Flavio, che ha insegnato il mestiere a tutte le migliori redattrici italiane». Medagliere in chiave di amicizia personale e comunque interno alla corporazione? Risponde alla domanda la voce «Lucchini Flavio» dell’Enciclopedia Treccani che, ribaditi i meriti nella «diffusione e affermazione della moda italiana sia sul piano nazionale che internazionale» ci riporta a casa il personaggio con il dato anagrafico: «nato a Curtatone e Montanara il 4 ottobre 1928».
 «Non mi si faccia nascere in due posti - rettifica sorridente Flavio - ma soltanto a Buscoldo dove i miei, mamma di Romanore, papà di Pietole, avevano un loghino. Le scuole però le ho fatte tutte a Mantova, dei miei compagni ricordo Alberto Nuvolari, il figlio minore del grande Tazio, con il quale giocavo alle bile, le palline e Albino Longhi, diventato direttore del TG1».
 Il percorso mantovano degli studi medi terminava al «Belfiore» con la maturità scientifica: «Avevo sempre a che fare - memoria scolastica - con il Lippo Poltronieri perché avevo passione per l’arte più che per la filosofia».
 Infatti avrebbe proseguito con Architettura a Venezia, il Politecnico e l’Accademia di Brera a Milano, nel normale pendolarismo universitario. Il futuro grafico intanto ci provava: «Mantova Libera» gli pubblicava nel maggio 1947 il disegno «Rastrellamento in paese», firmandolo soltanto Lucchini, ma era pur sempre una soddisfazione. In corso d’opera, bisognava pur campare: eccolo istitutore al Collegio Virgilio, diretto da Felice Barbano e supplente di disegno alla media Giulio Romano, che era nel palazzo delle magistrali, in via Frattini. Tante studentine di quei tempi magari ancora si ricordano di quel giovanissimo professore, aria intellettuale, capello lungo: correvano a guardarlo, quando passava per i corridoi.
 «Me lo confessava - ricorda divertito Lucchini - la cara Emma Danieli, incontrata Milano, molti anni dopo. C’era anche lei, sedicenne, alle Magistrali...». Poi il bel professore non l’avrebbero più visto: vinto il concorso di ruolo, era andato ad insegnare disegno nel Milanese, a Castano Primo, proseguendo la sua gavetta. Il provincialino mantovano intanto scopriva la straordinaria Milano degli Anni ‘50, tutta un fermento di idee, che dava spazio ai nuovi talenti, fossero i giovani e rampanti architetti Gae Aulenti, Vittorio Gregotti, Guido Canella con i quali entrava in contatto o i grafici creativi. Lucchini tale poteva rivelarsi lavorando per la Nestlè, la Singer e poi, per il tramite di Franco Sartori, approdare all’azienda Corriere della Sera, dal versante della Domenica del Corriere, storico settimanale diretto da Dino Buzzati. In sintesi drastica e inadeguata, le tappe successive dell’ascesa professionale ed artistica di Flavio: da Fantasia, periodico della De Agostini, creato e diretto nel 1960, alla progettazione editoriale ed esecutiva nel 1961 di «Amica», nuovo settimanale del Corriere, a fianco di Sartori, con la responsabilità della direzione artistica. Dal 1965 lo scoprivano gli americani della Condè Nast: la prima esperienza della rivista Novità portava nel’66 all’uscita anche in Italia della patinatissima Vogue. Lucchini ne guidava, come art director, nascita e crescita, oltre alla proliferazione delle altre testate del gruppo: L’Uomo Vogue, Casa Vogue, Vogue Bambini, e Lei-Glamour, rivolto al target femminile giovane. L’ambiente Condè Nast era decisamente high society in fatto di frequentazioni modaiole, artistiche, giornalistiche: dai grandi fotografi Richard Avedon, David Bailey e Oliviero Toscani, al pittore Mario Schifano, alle top model Jane Shrimpton, Penelope Tree e Veruska. Nel 1967 con Giancarlo Iliprandi, Horst Blachian, Pino Tovaglia e Till Neuburg aveva fondato l’Art Directors Club di Milano. Il matrimonio con la Condè Nast finiva nel 1979 ma ce n’era stato un altro, assai più importante: con la giornalista Gisella Borioli, compagna nella vita e nella professione. Insieme nella nuova impresa di Edimoda, società editoriale, partner Rizzoli-Corriere della Sera: uscivano nel 1980 Donna e l’anno successivo Mondo Uomo. Lucchini cedeva poi la sua quota ad Edilio Rusconi per creare nel 1986 il settimanale Eva, di vita breve. Tornava alla Condè Nast, soltanto da consulente: alla morte di Franco Sartori, proponevano a Lucchini di continuarne opera, quale amministratore delegato, ma i suoi progetti erano altri.
 Già dal 1983, associando il giovane Fabrizio Ferri (rivelatosi uno dei più famosi fotografi internazionali), Flavio e Gisella avevano aperto, in via Forcella, a Porta Genova, il Superstudio, luogo aperto a fotografi, grafici, art director, stilisti.
 Nel 2000 (Ferri aveva preso la sua prestigiosa strada) la svolta: aggiungevano l’attiguo, grande complesso dell’ex-General Electric, che diventava Superstudio Più, polo della moda e della creatività con le strutture più avanzate. Intanto, da 1990, si affacciava il Lucchini nuovo, scultore in esclusivo. Scelta radicale, che in fondo riportava all’antico, cioè alla moda, con una sola fonte d’ispirazione: il vestito femminile. Ecco quindi Dress-art, l’abito, metafora del luogo del corpo. Ricerca continuata con uno sviluppo coerente nei temi: Dress-Toys (1990-1997), giocattoli ingigantiti, quasi cubetti colorati di Lego; Dress-Totem (1997-2001), abiti totemici, idoli pagani, geometrie raffinate e volute barocche.
 Il periodo 2001-2004 è segnato dalla Dress-Memory: il linguaggio si concentra, si ammorbidisce in candidi bassorilievi, pieghe e drappeggi. Accompagna l’evoluzione la diversità dei materiali: acciaio, legno, gesso, piombo, ghisa fino alle ultime, in resina sintetica. Durante il Salone della Moda, ha aperto la sua Under Gallery. Futuro? Chissà.
- Renzo Dall’Ara