Ottobre 1983, la svolta: il Mantova passa ai veronesi


Il 26 maggio 1983 al Martelli s'era giocata l'amichevole Mantova-Verona 1-1. In tribuna il presidente scaligero Tino Guidotti (mantovano), l'onorevole Giorgio Ferrari sottosegretario alle Partecipazioni Statali e l'ex-segretario biancorosso Enzo Bertolini, passato in riva all'Adige. Il tam-tam portava le voci di un interessamento veronese alle sorti del Mantova calcio, confermate da successivi colloqui del sindaco Usvardi con il Sebastiani, portavoce di quell'interessamento. Trascinato nella bagarre, il sindaco di Mantova tentava un intervento conciliatore su Artioli-Freddi, poi si rivolgeva ai palazzi romani e fiorentini, ricevuto da Carraro al Coni, da Artemio Franchi in Federazione e da Ugo Cestani alla Lega di serie C.
Il 25 giugno, in via Roma, otto ore di riunione con intervento dell'avvocato Vittorio Normando di Bari, emissario della Lega e navigato negoziatore. Freddi-Artioli rinunciavano ai loro crediti (800 milioni) e alle 19 poteva partire il telegramma per iscrivere alla C2 la Nuova Associazione Calcio Mantova (la vecchia Acm era già sulla strada del fallimento). Appena in tempo, il termine scadeva alla mezzanotte.
Estate senza pace: Boninsegna lasciava l'incarico e così il liquidatore Nobis, pagati i debiti e incassati 120 milioni dalla cessione di Manarin al Como e 50 per Bresolin alla Mestrina. Alleggerito il passivo, la società tornava sul mercato, trovando pretendenti: l'immobiliarista Claudio Dondi, l'industriale Otello Pozzi (entrambi mantovani), altra cordata rappresentata dall'avvocato Genovesi e Sebastiani. Sfumava l'ipotesi di una fusione delle cordate, mentre Sergio Previdi rispondeva picche all'offerta di presiedere la futura società.
Poi, il colpo di scena: rinunciavano tutti, Pozzi rivelava di aver ricevuto addirittura minacce telefoniche, mentre in Tribunale a chiedere il fallimento erano rimasti Freddi e la Pubblilancio, concessionaria della pubblicità. Il presidente Mario Bosio rinviava a settembre, ma non era finita.
Si muovevano infatti i giocatori: Girardi, Calliman, Merlin più Gianni Bonanno, assistiti dall'avvocato Guido Pizzamiglio legale dell'Associazione Italiana Calciatori, proponendo l'autogestione della società. Spuntava intanto il personaggio Franco Quartaroli, mantovano di Castellucchio, commerciante di preziosi a Mirabello Monferrato e imprenditore calcistico d'assalto: s'era preso il Suzzara retrocesso in Promozione nel 1973, portandolo subito in Quarta Serie. Aveva lasciato nel 1975, mancata per poco la C2, in tandem fisso con l'allenatore Dino Binacchi di Luzzara.
Sempre più difficile: Freddi annullava la convenzione sottoscritta in Comune (rinuncia al suo credito) per seguire invece la procedura fallimentare e la Federazione negava il diritto sportivo alla Cal.Ma. Svolta decisiva: Artioli cedeva gratuitamente le azioni a Quartaroli che, diventato liquidatore, partiva subito alla sua maniera, piombando sul mercato, con a fianco Binacchi, Gianluca Pecchini, appena diplomato manager a Coverciano e il consulente Tonino Canevari, poi direttore sportivo ufficiale.
Gli sbalorditi tifosi vedevano arrivare addirittura 14 facce nuove: i difensori Giacomo Mela, dall'Alcamo; Marco Lancetti, dall'Alessandria; i mediani e centrocampisti Vittore Erba e Riccardo Cenci, dal Piacenza; Maurizio Ghio, dalla Roma; Sergio Antoniazzi, dal Gorizia; Alfredo Bernardini, dal Monselice; Emilio Monzani, dall'Alessandria, Giovanni Botteghi, dall'Arezzo; Manlio Zanini, dalla Triestina. Davanti: Mauro Beccaria, dalla Virtus Casarano; Mario Pini, dal Piacenza; Nicola Gazzani, dalla Maceratese e il veterano Nerio Ulivieri, dalla Massese.
La stagione partiva alla garibaldina, sponsor Siena e Spigno, concessionaria Alfa Romeo. Squadra in ritiro al Mottarone con mezzi propri.
Comprensibile che i tifosi intanto si confondessero, per il turbine delle carte bollate. Settembre, si tornava in Tribunale: il giudice Mario Abate il giorno 19 dichiarava il fallimento dell'Acm, nominando curatore l'avvocato Posio.
Creditori iscritti Freddi, l'ex-consigliere Andreoli, l'Inps e la Croce Verde.
Quartaroli, ricevute gratis le azioni, fondava il suo Mantova Football Club, 20 milioni di capitale, soci Binacchi, Pecchini e il massaggiatore Aldo Brindani.
Si dichiarava disposto a prendere in affitto la vecchia Acm, previa garanzia di poterla acquistare a fallimento concluso.
Invece la società veniva messa all'asta e l'avvocato Posio si rivolgeva ad un uomo del mestiere come Ugo Tomeazzi, che stimava in 362 milioni il patrimonio.
Circolavano voci provocatorie che Tomeazzi avesse detto addiritura 700 milioni e Quartaroli, assistito dal commercialista Gino Bardini e dall'avvocato Paolo Colombo, protestava fieramente, manifestando intenzioni di ritiro, nonostante le smentite ufficiali. Replicava che non si dovesse andare oltre i 120-130 milioni e tanti ne offriva. Nel frattempo il Tribunale non aveva omologato il Mantova Football Club e Quartaroli, presentato ricorso in appello, mandava avanti il progetto per il suo Club: aumento di capitale da 20 a 400 milioni attraverso azionariato popolare, con 38 mila azioni da 10 mila lire. I precedenti storici erano sfavorevoli: ci avevano già provato il sindaco di Mantova Giuseppe Rea nel 1952 e Andrea Zenesini nel 1966.
Il 21 ottobre l'asta andava deserta e il curatore Posio, valutata la situazione, decideva di ricorrere alla trattativa privata: la società veniva acquistata per 320 milioni dal ragionier Elio Sponda, rappresentante di un gruppo veronese. Colpo basso per Quartaroli, che reclamava una seconda asta e riteneva esagerati i 320 milioni.
Personaggi nuovi sulla scena calcistica mantovana: Mario Vassanelli, 47 anni, di Bussolengo, patron del calzaturificio Maria Pia, nominato presidente il 25 ottobre; vice Giovanni Rana, lanciato a diventare il re della pasta fresca e Natale Pasquali, allevatore, presidente del Pescantina; consiglieri Franco Di Lupo ed Antonio D'Agostino. Nasceva la Nuova Associazione Calcio Mantova, se ne andava Pecchini, rientrava Boninsegna, come osservatore.(45-continua).

Renzo Dall'Ara