L’analisi

Si è scritto in questi giorni, con la nuova edizione del libro di Ettore Beggiato, profondo conoscitore della storia veneta, che il plebiscito di annessione del Veneto, o meglio della Provincia veneta al Regno d'Italia dell'ottobre 1866 fu "caratterizzato da una serie di azioni truffaldine messe in atto dal Regno d'Italia". È opportuno ricordare che, di contro alla tesi sostenuta dagli internazionalisti secondo i quali il Regno d'Italia, proclamato nel marzo 1861, rappresenta uno Stato nuovo sorto dalle fusioni degli Stati pre-unitari con il Regno di Sardegna, ha prevalso la tesi dei costituzionalisti: il Regno d'Italia non rappresenta giuridicamente uno Stato nuovo rispetto al precedente, ma la sostanziale continuazione del Regno di Sardegna il quale non ha mai perduto le sue caratteristiche essenziali, registrando solo un ampliamento di dimensione territoriale. Il costituzionalista Livio Paladin, scomparso nel 2000, giudice e presidente della Corte costituzionale, ricorda che ad organizzare i plebisciti, con l'eccezione del Regno delle due Sicilie, "furono proprio i fiduciari del Regno di Sardegna che aveva già esteso la sua sovranità sui rispettivi territori". Ora, il ruolo che ricoprirono i plebisciti nel processo di formazione del Regno d'Italia, promossi pure in Regioni che non erano Stati autonomi come l'Umbria e le Marche, non può prescindere da questa interpretazione. Anche se le formule utilizzate e adoperate nelle consultazioni non furono tutte eguali, e spesso questi plebisciti furono visti come manifestazioni dal contenuto bonapartista, ebbero comunque il merito di aggiungere un crisma di legittimazione democratica all'opera elitaria e per alcuni aspetti minoritaria di costruzione risorgimentale. Solo all'interno della tesi della scuola internazionalista i plebisciti acquisirono un ruolo decisivo nel processo di unificazione, essendo considerati atti di carattere internazionale, o meglio proposte di fusioni fra le Regioni via via liberate dagli antichi governi ed il Regno del Piemonte. In realtà, soprattutto per il modo con il quale furono tenuti, essi non assunsero mai un carattere internazionale, ma unicamente interno, nel senso che il Governo sabaudo fece dipendere dai medesimi la continuazione della situazione che si era determinata con l'acquisizione del territorio e la sua occupazione e che era stata poi costituzionalmente consacrata con l'estensione dello Statuto Albertino del 1848 alle zone annesse. Con riferimento al Veneto, la prova è data dal fatto che, fin dal 13 ottobre 1866, ossia prima della celebrazione del plebiscito che si tenne nei giorni 21 e 22 ottobre, era stata pubblicata la legge elettorale che assegnava alle Province della Venezia e di Mantova cinquanta deputati, uno ogni cinquantaduemila abitanti. In altri termini, i plebisciti non rappresentarono una condizione sospensiva, ma risolutiva, nella scolastica ipotesi che il loro esito fosse negativo. Nonostante il Trattato di pace firmato tra Austria e Italia il 3 ottobre 1866 contemplasse che il successivo trasferimento all'Italia del Veneto, già ceduto dall'Austria alla Francia, fosse sottoposto al previo consenso degli abitanti espresso tramite un plebiscito, l'accettazione popolare non assunse alcun valore formativo del nuovo ordine, ma costituì solo la dichiarazione di volontà di continuarlo. Daniele Trabucco Università di Padova e Campus universitario Ciels Michelangelo De Donà Università di Pavia e Campus universitario Ciels