16 giugno 2012 —
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sezione: Nazionale
di Alessia Forzin wBELLUNO L'Invensys chiude. È un'inversione di rotta drammatica e inaspettata quella comunicata dal management dell'azienda ieri mattina nella sede di Confindustria, dove era stata convocata una riunione tra i vertici aziendali, le rappresentanze sindacali, le rsu e i rappresentanti di Confindustria stessa. È qui, seduti attorno al tavolo, che l’azienda ha comunicato quella che alle orecchie dei sindacati e delle rsu suona come «un atto irresponsabile», dichiarano compatti, annunciando battaglia: «Non lasceremo nulla di intentato, il nostro obiettivo è evitare la chiusura dello stabilimento». In ballo ci sono 166 posti di lavoro, 166 persone che, dal 17 settembre (quando scadrà la procedura di mobilità, che scatterà il 2 luglio), non avranno più un impiego. Il vertice. Rsu e organizzazioni sindacali (Fim, Fiom e Uilm) sono state convocate al tavolo in Confindustria giovedì sera, attorno alle 20. «Sembrava che questo incontro servisse per trovare una soluzione al problema, invece durante la notte hanno cambiato l'impostazione dell'incontro», spiega Alessandro Da Rugna (Fiom Cgil). Alle 9 tutti i soggetti si siedono attorno al tavolo. I lavoratori, intanto, si dividono: alcuni restano al presidio permamente allestito di fronte allo stabilimento (anche ieri erano in sciopero, per il sesto giorno consecutivo), altri attendono l'esito dell'incontro tra la sede di Confindustria e piazza Duomo. Le parole che escono dalla bocca dei rappresentanti sindacali gelano il sangue nelle vene: Invensys chiuderà. Il destino dei 166 dipendenti è segnato. «Scelta grave e irresponsabile». L'azienda ha comunicato la sua decisione leggendo una lettera ai presenti. «Si dice che si apre la procedura di mobilità, che tradotto significa licenziamenti. Collettiva, quindi per tutti», continua Da Rugna, il primo a parlare ai media, riuniti di fronte alla casetta di legno del presidio permanente. Lo ascoltano anche tutti i lavoratori, che sono stati informati della decisione durante la mattinata, nel corso delle assemblee convocate d'urgenza. «Con questa lettera Invensys ritira la procedura di cassa in deroga, perché non la ritiene più utile per traghettare l'azienda fuori da questa situazione di crisi». L'accordo per la proroga di due mesi della cig in deroga era stato firmato appena otto giorni fa, il 6 giugno. Infine, non verrà presentato alcun piano industriale. «Non avevo mai visto un'azienda dire “chiudo l'attività perché c'è una situazione di carattere conflittuale nello stabilimento, che fa venire meno le commesse”», aggiunge Da Rugna. Lo sciopero indetto sette giorni fa non è stato gradito, ma i sindacati lo difendono: «Abbiamo deciso per questa iniziativa perché l'azienda non ha mai smentito le informazioni che avevamo, e cioè che volesse delocalizzare in Cina la gran parte della produzione», attacca Bruno Deola (Fim Cisl). «Abbiamo sempre cercato il dialogo con l'azienda, che al contrario ha pensato di avviare iniziative in proprio (il riferimento è all'incontro al Giovanni XXIII, cui erano stati invitati i lavoratori, che però l'hanno disertato, ndr). Non era certo un teatro la sede opportuna per una trattativa delicata come questa». «Rigettiamo a Invensys tutte le responsabilità di questa scelta grave e irresponsabile», si accoda Da Rugna. Cronaca di una morte annunciata. «Sono 40 anni che lavoro in quest'azienda, da 35 sono nelle rsu, e mai mi era capitato di vedere un simile comportamento, frutto di una mente malata», afferma Valentino De Bona, delle rsu. «Ci hanno detto che abbiamo disatteso agli accordi, ma nel documento firmato il 6 giugno non c'era scritto che ci impegnavamo a una tregua sindacale. Non è certo lo sciopero che ha portato a questo epilogo, l'azienda aveva già deciso per la dismissione». «L'azienda deve riprendere il confronto, ci spieghi perché vuole dismettere lo stabilimento se si era impegnata a produrre un piano industriale che lo mantenesse in vita», aggiungono Da Rugna e Da Lan. «Da parte nostra abbiamo la coscienza pulita, perché non si può chiedere di eliminare il conflitto sindacale se non vengono meno i presupposti che lo hanno generato». Ai sindacati non sono piaciute neanche certe esternazioni dei vertici: «Ci hanno detto che stavano duplicando i nostri reparti negli altri stabilimenti per prevenire eventuali calamità naturali, e quando abbiamo chiesto perché il processo non era anche inverso hanno risposto “Si possono fare Panda in uno stabilimento Ferrari, ma non Ferrari dove si costruiscono le Panda”. È offensivo nei confronti dei lavoratori», continuano Da Rugna e De Bona. I lavoratori ascoltano, a tratti applaudono le dichiarazioni dei loro rappresentanti sindacali. Qualcuno non trattiene le lacrime. Sarà un'estate di lotta, ma la luce in fondo al tunnel è davvero fioca. ©RIPRODUZIONE RISERVATA