[END] -->

ARCHIVIO il Corriere delle Alpi dal 2003

LE CARTE ANTI-CRISI DEL NORDEST

Non è questa la soluzione per salvare l’Italia, ga affermato esplicitamente il presidente degli industriali trevigiani Hai voglia a placare gli animi. Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, ci ha provato: «Non è il momento delle polemiche, attaccare l’esecutivo non serve a nulla». La verità è un’altra: lo strappo tra la base produttiva e il governo di Mario Monti è consumato. A fare traboccare il vaso, il balletto sul tanto atteso decreto sviluppo, saltato per mancanza di copertura finanziaria. In tutto, 120 milioni mancanti all’appello: una cifra oggettivamente modesta, a riprova della modestia dell’intero provvedimento, progressivamente svuotato e purtroppo non in grado di risollevare una produzione industriale in calo del 9,2 per cento, tanto meno di arrestare l’aumento della disoccupazione, ormai al 10,9 per cento (35,9 per cento tra i giovani). Il nodo è stato riassunto alla perfezione da Vittorio Grilli, viceministro all’Economia: «Dobbiamo continuare a ragionare in termini emergenziali». Tradotto, non c’è un centesimo. Il decreto sviluppo, come ha ribadito il ministro Corrado Passera («io ci metto la faccia»), prima o poi arriverà. Magari, e sarebbe ora, scenderà in campo l’Europa con un articolato piano antirecessione. Ma per il momento alla fantomatica fase due il governo potrà riservare poco più che gli spiccioli. Eccola l’estate del grande scontento degli imprenditori. Non si fa crescita a costo zero. Senza risorse aggiuntive, impegni di spesa, incentivi, tagli di tasse, si resta inevitabilmente nel campo delle chiacchiere o peggio degli annunci. Non si possono aspettare i tempi della politica o i risultati (peraltro incerti) delle riforme delle pensioni e del mercato del lavoro. È necessario agire subito. E allora? Allora Vardanega & C. sanno benissimo che il tessuto industriale nordestino è chiamato a una sfida difficilissima ma da accettare: salvarsi con le proprie forze. Il Nordest può e deve trasformarsi in un autentico laboratorio dell’innovazione e della modernità. Vanno messi in campo tutti gli strumenti capaci di favorire i rapporti con le università e gli investimenti in ricerca e sviluppo: secondo una recente indagine della Banca d’Italia, le aziende che nel triennio orribile 2009-2011 si sono impegnate in R&S hanno registrato incrementi medi del fatturato del 2,2 per cento, contro ricavi stabili o negativi di quelle che sono rimaste ferme. Bisogna spingere sulle aggregazioni e i contratti di rete: 333 lungo la penisola, il 12 per cento dei quali già oggi coinvolgono piccole e medie imprese del Veneto. È indispensabile rafforzare i processi di internazionalizzazione, per continuare a sfruttare il volano dell’export: più 10,2 a livello regionale nel 2011. Occorre oliare il rapporto scuola-lavoro e scommettere su quei programmi di formazione professionale che, nella sola provincia di Treviso, hanno portato all’assunzione di 1.900 giovani nell’ultimo anno. E infine c’è il tema centrale della «concertazione federalista», la costruzione dei contratti di territorio per garantire maggiore produttività e flessibilità, un terreno su cui il Nordest, a dispetto di molte resistenze (non solo sindacali), è all’avanguardia. Insomma, il Veneto delle 65 mila imprese manifatturiere ha molte carte da giocare, indipendentemente dalle prossime mosse del governo. Gli esempi virtuosi, aziende cresciute a dispetto della Grande Crisi, non mancano: dalla Dub Pumps di Mestrino (Padova), leader nella produzione di elettropompe idrauliche, il cui caso è finito tra le nuove eccellenze del made in Italy individuate dalla Sda Bocconi, alla piccola Keyline di Vittorio Veneto, che vende nei cinque continenti chiavi elettroniche. Si può fare. Senza cedere necessariamente ai corteggiamenti della Carinzia o addirittura del Texas. Il declino può attendere. Sandro Mangiaterra