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UN ALLEATO CHE CONTA DAVVERO

di A. FLORES D’ARCAIS Non era mai successo che un primo ministro italiano venisse definito al suo arrivo negli Stati Uniti come «l'uomo più importante in Europa», l'uomo che «ha in mano i destini del mondo». I giornalisti di «Time» hanno forse esagerato, ma non c'è dubbio che la visita di Mario Monti a Washington e New York faccia parte di quei rari incontri tra leader mondiali in cui la sostanza conta più della forma e grazie ai quali alle parole seguono in genere fatti concreti. Del resto non sono stati solo i «media» (dal New York Times al Washington Post, dal Wall Street Journal ai grandi network televisivi) a presentare con enfasi l'arrivo del premier italiano. Barack Obama (in un'intervista a La Stampa) ha sottolineato come l'Italia stia facendo «passi impressionanti al fine di modernizzare la sua economia», concetto ripreso e approfondito dagli specialisti dei maggiori «think-thank» economici degli Usa (e non solo). Ad un lettore (od elettore) italiano può sembrare impossibile che il destino dell'economia mondiale sia nelle mani di un uomo che governa (da soli due mesi) un paese in cui si continua a litigare sull'articolo 18 o sulla neve a Roma, in cui non passa quasi giorno senza scoprire qualche politico che ruba (per sé) e dove il futuro del governo é ancora tutto da decifrare. Per il pragmatismo americano tutto ciò fa parte del folklore «made in Italy». Quello che conta è la sostanza e Monti, uomo che parla «con il linguaggio tecnico di un'economista accademico e non usa la consueta retorica dei politici» (Time) è il «nuovo volto dell'Italia che Washington accoglie a braccia aperte» (NYT). Per la Casa Bianca il premier italiano può diventare davvero un alleato decisivo. Se gli sforzi fatti dal nuovo governo (e i sacrifici chiesti agli italiani) avranno successo, il nostro paese può diventare la chiave di volta per uscire dalla grande crisi che attanaglia l'Europa e di cui negli Stati Uniti si teme il contagio. E Monti (questo in sintesi il pensiero maggioritario tra gli opinionisti Usa) ha le carte in regole, per la sua storia, per quello che sta facendo e per la sua vicinanza «ideologica» (in economia) alle posizioni americane, per essere considerato - come e forse più di Sarkozy e della Merkel - l'uomo su cui puntare. Per la diplomazia italiana è una sfida nuova. Perchè dai tempi di De Gasperi e della "guerra fredda" (per altri motivi) sono stati rari, se non inesistenti, i momenti in cui per gli Stati Uniti il «fedele alleato» italiano ha contato davvero. «Può quest'uomo salvare l'Europa?», titola in copertina (con foto dove campeggia il volto di Monti) il settimanale Time. È certamente troppo presto per dirlo. A leggere le cronache e i commenti dei giornali americani di oggi sembrano lontani i tre anni di rapporti (formalmente corretti ma certamente non calorosi) che hanno segnato la relazione Obama-Berlusconi. Come lontani sono quelli degli ultimi due decenni, caratterizzati da altre crisi finanziarie, da guerre e terrorismo, in cui all'Italia (fosse al governo lo stesso Berlusconi, oppure Prodi e D'Alema) veniva chiesto unicamente di schierarsi a fianco del potente alleato d'oltre Atlantico. Una sfida importante perchè se la parte del leone la farà (come è giusto) l'economia, nel colloquio di ieri alla Casa Bianca Obama e Monti hanno parlato anche dei prossimi vertici del G8 e della Nato, della crisi in Medio Oriente e della «primavera araba», del «ruolo di primo piano» che l'Italia ha tuttora in Afghanistan, della situazione in Siria ed Iran. Quasi a sottolineare che il governo Monti è visto da Washington non solo come un governo di «tecnici» su cui pende la spada di Damocle dei partiti, ma come un governo a tutti gli effetti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA