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A termine o a progetto: «I nuovi contratti penalizzano le parti deboli»



 BELLUNO. Contratti di quindici giorni o un mese, collaborazioni a progetto senza un reale progetto, partite Iva che nascondono in tutto o in parte rapporti subordinati. Il mondo occupazionale bellunese sta cambiando pelle. E la crisi accelera processi che prima sembravano più lenti e lontani.
 E’ l’analisi della Nidil, la sigla di Cgil che si occupa delle cosiddette “nuove identità di lavoro”, posizioni che faticano a emergere, come sottolinea la segretaria provinciale Alessandra Fontana. «C’è il rischio che queste nuove forme contrattuali finiscano con l’essere abusate», afferma Fontana. «Il problema non è tanto dei singoli datori di lavoro quanto dell’assenza di vere e proprie forme di tutela». Insomma, una questione generale: «Si va verso una privatizzazione dei rapporti di lavoro, basti pensare agli arbitrati e alle certificazioni». Strumenti che, a sentire Fontana, finiscono con il penalizzare le parti più deboli, e quindi i lavoratori.
 Tra le tendenze, che stanno emergendo anche nel Bellunese, l’applicazione di contratti a progetto nel settore del commercio e dei servizi. E’ il caso dei commessi. «E’ difficile capire quale sia il progetto in questi casi. Il contratto a progetto nasce per i lavori più creativi e dirigenziali».
 Alla fine, però, prevale sempre il realismo: «La maggior parte dei lavoratori non se la sente di fare vertenza. C’è il timore di perdere il posto di lavoro», prosegue la sindacalista. «Di fronte a questo atteggiamento più che legittimo, noi non possiamo fare altro che mettere le cose in chiaro e spiegare quali sono i diritti e i doveri». (cr.ar.)

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