Primo Carnera: un uomo, un mito


Renzo Martinelli, il regista di «Vajont», il giorno dell'anniversario del disastro parte da Milano e passa a trovare gli amici di Erto, dove qualche anno fa ha girato il film. Poi in serata è a Belluno per uno scambio di idee e la presentazione del suo film a una quarantina di studenti e docenti universitari di tutt'Europa, in città per cinque giornate di studio sull'acqua. Partecipano a visite guidate (andranno anche sul Vajont), a conferenze e tavole rotonde per un percorso formativo nell'ambito del progetto europeo Marie Curie. Ad organizzare le giornate bellunesi è l'Università di Ca' Foscari, il Centro internazionale Civiltà dell'acqua, la Provincia. L'associazione culturale Tina Merlin ha organizzato l'incontro con Martinelli. Il regista, al Centro Giovanni XXIII, spiega in un inglese fluente come è nato il film, quale impatto ha avuto con il territorio, quali difficoltà ha incontrato nel raccontare questa storia tutta italiana. Poi si fionda di nuovo in auto a Milano, dove sta completando la preparazione del suo nuovo film su Primo Carnera.
A che punto è il film?
«In Italia uscirà nelle sale a fine febbraio. Ma già a fine ottobre lo presentiamo all'American Film Market di Los Angeles. Possiamo dire che è quasi pronto. In America portiamo i primi 65 minuti, e naturalmente i promo. Il mercato americano è un passaggio obbligato».
Carnera, un uomo, un mito. E' questo che affascina?
«Direi un uomo che era diventato un simbolo dell'Italia dell'epoca. L'anteprima la faremo al Madison Square Garden di New York (e a Pordenone), dove Carnera ha vinto. Ci saranno gli italiani che hanno fatto grande l'America, la Niaf (National italian american foundation), i Fogolar Furlan, la Carnera foundation di New York, i figli Umberto e Giovanna che vivono a Tampa in Florida. Diceva Carnera: io ho preso tanti pugni ma lo rifarei, tutti i pugni che ho preso sono serviti a far studiare i miei figli».
Quale immagine di Carnera propone nel film?
«La storia di un uomo povero e sconosciuto, che viene dal mondo friulano, che entra nella leggenda, diventa un simbolo per molti emigranti: se ce l'ha fatta lui, possiamo farcela anche noi. E' il simbolo di grandi valori: l'attaccamento alle radici e alla propria terra, l'orgoglio delle proprie origini, l'unità della famiglia, i figli. Con il film mi sono proposto di spiegare come Carnera, che vince nel 1933 e resta campione per un anno, entra nel mito. Siamo negli anni del grande consenso al fascismo, gli anni di Nuvolari, dell'Impero, della trasvolata di Balbo. Carnera è stato usato dal fascismo come simbolo della forza italica nel mondo. Quando è ritornato a Napoli c'erano 50 mila persone ad acclamarlo. Altro che le rock star di oggi».
Il 'gigante buono" di Sequals era diventato però un simbolo del fascismo.
«Rischiò di venir messo al muro dai partigiani. Però era un ingenuo, un gigante buono appunto, lo hanno usato fin che hanno potuto, e non ci guadagnò una lira. Poi si riciclò nella lotta libera. Pochi sanno che il titolo mondiale dei pesi massimi nel 1933, a 27 anni, lo tenne per un anno solo. Poi, battuto da Max Baer (interpretato da Antonio Cupo) soffre, stringe i denti, si rimbocca le maniche e conquista nel 1940 quello di lotta libera. Fece una vita agiata, grazie alla moglie: la sua fortuna fu di aver sposato Pina Kovacich, una donna forte che seppe guidarlo».
Chi interpreta la parte di Primo Carnera?
«Andrea Iaia, un esordiente eccezionale, di Ostuni in Puglia».
Come l'avete scovato?
«E' stato difficile. Abbiamo fatto casting in mezza Europa. Cercavo uno che fosse alto più di due metri, che parlasse l'inglese, che sapesse boxare, che avesse esperienza di recitazione».
Missione impossibile.
«Eravamo disperati. Poi il colpo di fortuna: saltò fuori Iaia, che sapeva da un anno del progetto. Un attore che era già stato a Londra, alto 2,05, pugile semiprofessionista».
Gli altri attori?
«Murray Abraham, nella parte di Leon See, il primo manager di Carnera, ha fatto Salieri e il domenicano cattivo nel Nome della Rosa. Anna Valle nella parte della moglie Pina Kovacic. Paul Sorvino, ha lavorato con Scorsese. Burt Young, l'allenatore di Stallone in Rocky. Kasia Smutniak è Emilia Tersini che gli fa causa per mancata promessa di matrimonio. All'epoca era un reato. C'è anche Nino Benvenuti: ci fa da consulente ma è anche l'allenatore nella scena dei mondiali».
Il Madison Square Garden l'avete ricostruito?
«La tecnica è quella di Vajont. Abbiamo preso una parte del Madison Square e l'abbiamo ripetuta con 1500 inquadrature digitali. E' cosi che abbiamo ricostruito la diga del Vajont, partendo da uno spezzone».
Perché avete girato in Romania?
«Questione di costi, soprattutto quando si fanno film con scene di massa».
E i lati oscuri di Carnera? Gli incontri truccati...
«Incontri comprati? Si, è vero all'inizio, succedeva cosi all'epoca per lanciare un pugile. Ma poi, quando arrivi al titolo dei massimi, non puoi mica. Lui entra in crisi quando Ernie Eschaaf muore, colpito da un sinistro potente».
Con Carnera ritorna un legame forte di Martinelli con il Friuli: Porzùs, Vajont, Carnera... C'è un motivo?
«A Erto ci sono finito per caso, cercando un paese rimasto come negli anni quaranta per ambientare la guerra tra fascisti e partigiani. Li trovai Mauro Corona che mi diede il libro di Tina Merlin. Ma poi sono tutte grandi storie italiane».
Altri progetti, a quanto si dice, la riporteranno in Friuli, dopo Carnera.
«Adesso ho un altro progetto per la testa. Ma subito dopo mi piacerebbe la storia di Marco d'Aviano».
Che salvò l'Europa dai turchi, arrivati sotto le mura di Vienna. E' cosi?
«Si, grazie a lui furono fermati. Ma ho anche qualcosa di cui sdebitarmi...».
Non dica che le ha fatto un miracolo.
«Quasi. Il giorno dell'anteprima di Vajont sulla diga, pioveva a dirotto. Rischiava di saltare tutto, un disastro. Poi sotto il diluvio è arrivato Diotisalvi Perin: tranquillo, dice, abbiamo pregato Marco d'Aviano. Fatto sta che alle 14 si è aperto il cielo, giusto in tempo».

Toni Sirena