Il gran debutto del Goldoni


Ricorre domenica il trecentesimo anniversario della nascita di Carlo Goldoni (25 febbraio 1707). Poteva diventare feltrino a tutti gli effetti, ma scappò per non prender moglie. A Feltre era rimasto per oltre un anno (da fine aprile 1729 a fine settembre 1730). La città gli rimase impressa per tre motivi. Primo, un freddo cane. Nelle Mémories, scritte a Parigi in tarda età, ricorda il gelo che attanagliava la città, tanto che d'inverno non si riusciva ad aprire la porta di casa e bisognava uscire dalla finestra. Secondo, il pericolo occorsogli quando per il suo mestiere di «coadiutore criminale» (o coadiutore pretorio) dovette andare in un paese fuori Feltre attraversando dirupi e precipizi e rischiando il linciaggio. Doveva indagare sulla pessima abitudine dei locali di saccheggiare gli alberi di proprietà della Serenissima. Duecento gli indagati: si ritrovò alle prese con una mezza rivolta. Il terzo motivo, più allegro, era la vita spensierata che faceva, tra balli e ricevimenti, pranzi e recite. Insomma, se la spassava. Anche con le donne. Anzi, fu proprio a Feltre che incontrò il primo amore. Che però non esitò a lasciare quando si avvide che la sorella, che le assomigliava per bellezza, era sfiorita presto dopo i primi parti. Si prese paura e scappò. Cosi la racconta il Goldoni, con una buona dose di ironia.
E fu a Feltre che Carlo Goldoni scrisse e mise in scena le sue prime due opere. Un debutto in piena regola, al Teatro della Sena. Si industriò ad arrangiare due opere del Metastasio («misi le ariette in recitativi»), la Didone e il Siroe, ma poiché il ruolo tragico non gli si addiceva (era nel tragico compiutamente cattivo, confessa), si produsse anche in due intermezzi a tre voci, messi in scena con una compagnia di filodrammatici locali e vivamente applauditi. Era il 1730, aveva 22 anni. Di queste due prime opere del Goldoni si conoscono i titoli, che cita nelle Memorie: «Il buon padre» e «La cantatrice». Il primo testo andò perduto, il secondo invece venne poi rielaborato con il titolo di «La Pelarina».
La vicenda ebbe uno strascico curioso. A Venezia «poco tempo dopo» scopri che «un giovane avvocato» (Antonio Gori) aveva messo in circolazione il suo testo ma con il proprio nome. Anzi, lo aveva addirittura stampato, attribuendosene la paternità. Goldoni lo ricorda nelle Memorie, stilettando caustico: «Ebbe il dispiacere di vedere smascherato il suo plagio».
A Feltre finisce proveniendo da Chioggia come «coadiutore criminale». Perché proprio Feltre? Forse perché il coadiutore di Cancelleria a Chioggia (dove Goldoni fu soprannumerario nel 1728) era un nobile feltrino, Stefano Porta (o Dalla Porta, famiglia oggi estinta). Per coprire la distanza tra Venezia e Feltre impiegò ben 48 ore. Qui incontrò, con suo grande piacere, una compagnia di comici, diretta da Carlo Veronese (che incontrerà di nuovo trent'anni dopo a Parigi) con le figlie Carolina e Camilla (la prima, scrive, «bella», l'altra solo «graziosa»). Il direttore aveva un occhio di vetro, malgrado ciò recitava nella parte di «primo amoroso». E c'era anche quel Florindo dei Maccheroni che aveva già conosciuto a Rimini. Insomma, una gran bella compagnia.
Il primo processo che segui riguardava il taglio abusivo di legname da costruzione nelle foreste della Repubblica, sicché, accompagnato da agrimensori e guardie, «traversando dirupi, torrenti e precipizi» arrivò sul posto per contestare il delitto a 200 (duecento) persone. Non erano tempi sereni, per un lavoro di tal fatta, e il povero Goldoni la rischiò grossa: «Era sottosopra tutto il paese, poiché da cent'anni si tagliavano i boschi impunemente; vi era perciò da temere qualche tumulto che avrebbe forse potuto piombare su quel povero diavolo di coadiutore, da cui era stato svegliato il can che dormiva». Il «povero diavolo» se la cavò, tuttavia, perché dopo tanto bailamme, fini, è il caso di dirlo, in commedia: «La Repubblica si accontentò soltanto di garantire le sue boscaglie per il tempo a venire», e il coadiutore «restò libero della sua paura».
Poi ebbe a che fare con un'altra vicenda penale, «dieci leghe lontano dalla città, per una rissa accompagnata da una scarica d'armi da fuoco con ferite pericolose». Insomma, a Feltre e dintorni andavano per le spicce. Però qui non ci furono da attraversare dirupi e precipizi, il paese era in piano, una «campagna deliziosa». Cosi decise di approfittarne e portò con sè dodici amici. Sei uomini e sei donne. Più quattro servitori. Più i cavalli. La comitiva se la spassò per dodici giorni: «In tutto questo tempo non desinammo né cenammo mai nel medesimo luogo, e per dodici notti non si prese mai riposo in letto». Carlo Goldoni cita «ramose piante di fico», colazioni col latte «e qualche volta col quotidiano cibo dei contadini, che è la polenta di granturco, con la quale si facevano anche arrosti gustosissimi». E poi, la sera, «feste, banchetti, allegrie; dove passavamo la sera, vi era ballo che durava tutta la notte, e le nostre donne sostenevano la loro parte al pari degli uomini».
Fu qui che scoppiò l'amore. Nella compagnia c'erano due sorelle, una sposata e l'altra no. Goldoni confesserà nelle Memorie che tutta quella gran gita l'aveva messa in scena proprio per aver l'occasione di approfondire la conoscenza della bella. Cosi «divenimmo amanti l'uno dell'altra». Ma attenzione: fu, dice il Goldoni, «un amore virtuoso». In due ore il giovane coadiutore fece il suo rapporto («processo verbale»), ma poi ne approfittò per sgavazzare dodici giorni (e notti) di fila. Il viaggio lasciò il segno: al ritorno a Feltre «eravamo tutti avviliti, rovinati e rotti». Lui ne risenti per un mese e «la povera Angelica ebbe la febbre per quaranta giorni».
Lui l'amava, lei pure amava lui. Ma era gelosa, anche solo al vederlo recitare con «le mie belle compagne». E poi, mentre lei lo pressava «aspirando a divenir mia moglie», considerò che la sorella «era stata di una rara bellezza», ma «divenne brutta dopo i primi parti». E si era spaventato dopo quel viaggio in campagna: «La fatica l'aveva enormemente cambiata». Alla fine lasciò Feltre. Dopo aver avuto modo di riflettere, «l'amor proprio prevalse sulla passione». Il calcolo vinse sull'amore, la ragione sul sentimento. Tema caro al Goldoni, alla base di molte sue opere teatrali.
A restargli impresso per sempre, oltre al primo amore, fu il teatro della Sena. Lui lo descrive cosi: «... un Teatro nel Palazzo medesimo del Podestà di cui mi servo per poter disporre... e questo è la prima volta che io esposi qualche cosa del mio nelTeatro e là principiai a gustare il piacere dell'applauso e del pubblico aggradimento». La Sena in realtà non era che la sala del Maggior Consiglio che non poteva essere adibita a questa funzione a causa del gelo, e veniva perciò utilizzata a sala da spettacolo.

Toni Sirena