Una pallottola per il generale


Era italiano o austriaco il cecchino che il 20 luglio del 1915 sulle Tofane uccise il generale Antonio Cantore? Ed a trapassare il cranio dell'ufficiale fu un proiettile calibro 8 millimetri austriaco o un 6.5 millimiteri italiano? A distanza di novant'anni l'interrogativo è ancora aperto.
Il foro lasciato dal proiettile sulla visiera del berretto non basta, da solo, a risolvere l'enigma. Perché il cuoio col passare degli anni si è ristretto ed ora, da quel foro, è impossibile stabilire con certezza il calibro ed il tipo di arma impiegata.
Solo la riesumazione dei resti della vittima, con il relativo esame del cranio, potrebbe eventualmente fornire una risposta certa sul tipo di fucile imbracciato dal cecchino.

IL PROIETTILE.Un indizio che tuttavia, per quanto importante, non risolverebbe definitivamente il caso. Supponiamo che venga accertato che ad uccidere il generale sia stato un proiettile calibro 8 partito da un fucile austriaco Mannlicher, anziché un calibro 6,5 esploso dal modello 91 italiano. Ebbene, in tal caso, ci troveremo comunque nell'impossibilità di identificare con certezza la nazionalità e l'autore di quello che qualcuno ha osato beffardamente definire come 'il più bel tiro della Prima guerra mondiale", per la precisione millimetrica con la quale andò a segno. Non sfugge una certa macabra ironia, a chi la voglia intendere, sull'obiettivo centrato, per l'appunto il generale Cantore, cioè uno delle alte gerarchie militari accusate all'epoca dai soldati di mandare allo sbaraglio le truppe con assalti alle trincee nemiche su terreno scoperto che risultavano micidiali.
Ma qualsiasi sia stata l'arma usata, dunque, è ancora un giallo sulla morte di Cantore. Si racconta che pochi istanti prima di morire il generale Antonio Cantore, comandante della Seconda divisione della Quarta armata in Cadore, si rivolse ad un soldato che lo invitava a ritirarsi in trincea dicendo: 'Non è stata ancora fusa la pallottola per me!" e ancora: 'Tiratori principianti!" riferito ai cecchini austriaci. Bell'uomo, alto, tutto d'un pezzo, coraggioso e sprezzante del pericolo, Antonio Cantore era un militare di vecchio stampo, che si era guadagnato sul campo la seconda stelletta di generale di divisione (equivalente al grado odierno di maggior generale).

FORCELLA FONTANA NEGRA.E' il pomeriggio del 20 luglio 1915 a Forcella Fontana Negra, nelle Tofane, quando il generale, rimane fermo, impassibile a due proiettili che lo sfiorano. E cade subito dopo colpito mortalmente da un terzo colpo che lo centra in piena fronte forando la visiera del berretto che portava abbassato sul capo. Nato a Sampierdarena (Genova) 55 anni prima, il 'Padre degli Alpini" si era fatto notare nella Guerra di Libia dove comandava il Reggimento Speciale Alpino formato dai Battaglioni Susa, Vestone e Tolmezzo. Poi, all'inizio della Prima guerra mondiale, viene promosso generale di divisione in seguito alle azioni brillanti sul Monte Baldo del maggio del 1915. E viene quindi assegnato sul fronte delle Tofane, in sostituzione del collega Saverio Nasalli Rocca, accusato di essere troppo tenero nel comando. Pare addirittura che interi battaglioni si fossero rifiutati di combattere.
Anche perché da 400 anni Cortina d'Ampezzo era sotto il dominio austriaco che peraltro aveva governato con una amministrazione corretta e rispettosa delle tradizioni (nelle scuole si insegnava l'italiano) e dunque non c'era alcun motivo di ostilità. La fama di Cantore tra la truppa, invece, nella versione non ortodossa, era quella di un militare fanatico, che li avrebbe certamente condotti alla morte. Il piano che andò ad illustrare la mattina del 20 luglio 1915, quando uscito dall'Hotel Posta raggiunse il villaggio Vervei dove alloggiavano i suoi ufficiali, prevedeva l'intera evacuazione della popolazione civile di Cortina. Dopodiché sarebbe seguito l'attacco frontale alle postazioni austriache che si trovavano a quota 1800 metri. Come dire che i soldati italiani, dalle loro trincee a 1300 metri avrebbero dovuto risalire la montagna per circa 500 metri sotto il fuoco degli austro-ungarici. Un sicuro bagno di sangue al quale gli austriaci avrebbero fatto seguire la distruzione della città, grandi alberghi compresi (Cortina all'epoca era già un centro turistico internazionale). Tanti buoni motivi, insomma, che avvalorano la tesi dell'uccisione del generale per mano italiana. Di più.

L'INVIATO DI CADORNA.Si racconta, che i soldati italiani festeggiarono per una settimana la morte dell'alto ufficiale. Antonio Cantore, insomma, inviato da Cadorna come ariete di sfondamento del fronte, non dev'esser stato molto simpatico ai suoi uomini! Benché la storiografia ufficiale e la retorica dell'epoca lo dipingano come un 'esempio costante e fulgido di indomito ardimento alle sue truppe", contrapposta alla vox populi che, come abbiamo detto, demolisce 'quell'anima eroica degli Alpini, salda come le rupi che lo videro cadere colpito in fronte, ardente come la fede per cui mori", come recita l'epigrafe sul poderoso obelisco eretto in sua memoria a Cortina d'Ampezzo. A distanza di 90 anni, non è nemmeno possibile determinare se sia stato un proiettile calibro 8 mm. proveniente da un Mannlicher austo-ungarico di un cecchino nemico, oppure un calibro 6,5 mm. esploso dal'91 di un italiano a forare la visiera in cuoio del kepi del generale. Forti dubbi permangono tutt'oggi addirittura sul luogo dell'evento, come ha detto e scritto lo storico ampezzano Paolo Giacomel in questi anni: «Perché mai il nemico avrebbe risparmiato gli altri quattro ufficiali che erano insieme a Cantore a Forcella Negra? E perché nella motivazione dell'onorificenza concessa al capitano Adolfo Argentero di Verona, datata 21 luglio del 1915 (il giorno dopo l'uccisione di Cantore), per aver recuperato la salma del suo comandante, non si nomina nemmeno il generale?». Anche Gianrodolfo Rotasso, esperto d'armi, ha molte perplessità al riguardo: «E' vero che il foro della visiera oggi è quello di un proiettile 6,5 millimetri. Ma se consideriamo che il cuoio con il tempo si restringe, non si può nemmeno escludere che ad attraversarlo in origine sia stato un proiettile calibro 8 mm del Mannlicher austriaco. L'unica cosa assolutamente certa - prosegue l'esperto balistico ed ex maresciallo degli Alpini - è, che per colpire con una simile precisione un bersaglio mobile alla distanza di poco meno di 200 metri, dall'alto verso il basso, e dunque compensando il calo del proiettile, il cecchino dev'essere stato un tiratore formidabile. Non dimentichiamo che stiamo parlando di un proiettile cilindrico di vecchia concezione, pesante e tozzo, con traiettoria poco tesa, derivato dal vecchio calibro 8 a polvere nera».

IL CECCHINO.E allora potrebbe essere verosimile la dichiarazione resa in punto di morte ed apparsa sui giornali una quarantina d'anni fa da un certo Attilio Berlanda di Levico Terme (Trento), che all'epoca combatteva dalla parte degli Austo-ungarici, e dunque dopo l'annessione del Trentino Alto Adige all'Italia, non aveva alcun motivo di rivelare d'esser stato lui ad uccidere il famoso general Cantore detto il 'Padre degli Alpini", se non in punto di morte, appunto, come fece. Sicuramente Berlanda possedeva le doti di buon tiratore. Risulta, infatti, che fu insignito dell'Aquila d'argento alle gare di tiro militari di Vienna.
«Ma vi furono perlomeno altre quattro rivendicazioni in tal senso», commenta Paolo Giacomel, per il quale non esistono ad oggi sufficienti elementi che possano chiarire se a premere il grilletto sia stata effettivamente una mano amica o nemica.
E nemmeno la riesumazione e l'esame del cranio, che potrebbe chiarire una volta per tutte il calibro dell'arma usata dal cecchino, dopo tanti anni avrebbe più molto senso, né risolverebbe il giallo.

Roberto De Nart