Parla il conte Pieralvise Serego Alighieri


«Cosi va», recita il motto inciso sullo stemma della famiglia dei conti Serego Alighieri, quasi a ricordare una serena accettazione delle cose del mondo, capace di raccontare una continuità che dal Medioevo conduce ai nostri giorni. Esattamente da 650 anni, quando Pietro, figlio di Dante Alighieri, decise di rimanere nelle terre che furono nuova patria per il poeta esiliato, acquistando la possessione «Casal dei Ronchi», nel Gargagnago, cuore della Valpolicella storica.
Casa e terreni, dopo venti generazioni, sono ancora oggi di proprietà del conte Pieralvise Serego Alighieri, uno degli ultimi discendenti diretti del poeta. La villa Serego Alighieri convive, immersa nei vigneti della Valpolicella, con la tradizionale attività di una vasta e florida azienda che lavora in stretta collaborazione con la Masi agricola, producendo vini che nascono dalle uve Corvina, Rondinella e Molinara, su tutti il celebre Amarone. Sei secoli e mezzo fa, Pietro, il primogenito di Dante, stabilitosi a Verona, acquistò quei possedimenti avviandone l'attività di produzione agricola, prima di diventare Podestà di Treviso, dove mori nel 1364 (il sepolcro, prima nella chiesa di Santa Margherita è stato trasferito nel 1935 in quella di San Francesco).
Questa è la storia di una saga secolare, ricca di eventi e leggende, che ha intrecciato una famiglia di nobili condottieri, i Sarègo o Serègo, con i discendenti di Dante Alighieri: vicenda che ha attraversato il tempo, portando con sè anche il mistero degli scritti autografi di Dante, a cominciare dal più ricercato, lo scartafaccio del Paradiso. Perchè di Dante Alighieri non è rimasto nulla di autografo e secondo diverse ipotesi, se qualcosa è realmente sopravvissuto, allora potrebbe proprio celarsi tra i muri o nelle immediate vicinanze delle possessioni del Casal dei Ronchi.
«E' una leggenda priva di fondamento storico - racconta Pieralvise Serego Alighieri - perchè il fatto che non sia sopravvissuto niente di autografato di pugno dal mio avo, è cosa abbastanza normale. L'eccezionale sarebbe il contrario, ma proprio per questa ragione uno dei luoghi privilegiati della ricerca è stata la dimora dei suoi discendenti. La leggenda, infatti - continua il discendente di Dante - è diventata tradizione e nei secoli la mia famiglia ha provato a cercare i manoscritti di Dante, su tutti i Canti del Paradiso. Un esempio? Nel 1921, nell'occasione dei seicento anni dalla morte di Dante, mio nonno finanziò la riapertura dell'arca di Cangrande della Scala, con la speranza, nemmeno tanto segreta, di ritrovare qualcosa che fosse stato donato dal poeta al signore di Verona. Ovviamente, abbiamo cercato anche a casa. Tutti, per generazioni e senza risultati. E' una pura illusione, però è affascinante».
Cosi pochi anni fa, quando Andrea Zanzotto fu tra i protagonisti del Premio Masi Civiltà Veneta (la villa Serego Alighieri è sede della Fondazione Masi), anche il poeta di Pieve di Soligo, ospite della Foresteria, «giocò» con l'idea che in quelle stanze e tra i giardini, aleggiasse il ricordo, forse concreto, degli scritti del vate. Quelle terre di Valpolicella conservano però anche altri segni del più antico Medioevo. Le tracce dei Sarego risalgono almeno al 1046, forse provenienti dal Trevigiano, e poi di certo dal Vicentino; nel Veronese la famiglia signorile divenne stretta collaboratrice, soprattutto sul fronte militare, dei della Scala. Cortesia I fu condottiero al servizio degli Scaligeri, capitano che portò gli interessi della famiglia a gravitare su Verona negli ultimi anni del Trecento. La vicinanza (forse anche la parentela) tra i Serego e gli Scaligeri, decretò l'estendersi dei possessi della famiglia in Valpolicella e nel Veronese. Un esempio è dato da Villa Serego a Santa Sofia di Pedemonte, l'unica villa realizzata da Andrea Palladio nel Veronese.
I Serego condivisero anche le sfortune dei della Scala. «Proprio questo spiega il motto di famiglia - sottolinea il conte Pieralvise. Quando Antonio, l'ultimo dei della Scala, fu cacciato da Verona, chiese aiuto finanziario alle famiglie che gli erano state fedeli. La mia versò una somma ingente, che non venne mai restituita, perchè il principe mori in esilio. Il motto cosi va intende dire che non si sa mai come vadano le cose; c'è poi una seconda parte, tramandata solo oralmente, che ricorda che chi presta soldi al principe mai più li rivedrà».
Le vicende dei Serego si intrecciano con quelle degli Alighieri nel 1549. L'unico erede maschio degli Alighieri rimasto in vita era il monsignor Francesco; nonostante l'abito ecclesiale, per assicurare al celebre casato una sopravvivenza tentò un'eccezione all'impegno del celibato, nonostante l'età avanzata. Lo si legge nel testamento, quando racconta il tentativo, improbu coito, con la domestica: ne nacquero tre femmine e l'ultimo Alighieri maschio si diede per vinto. Fu però l'artefice del matrimonio (1549) fra la nipote Ginevra Alighieri e Marcantonio Serego, ed in particolare dell'ultimo testamento a favore di Pieralvise Serego, figlio della coppia, a patto che la discendenza portasse per sempre con sè i due cognomi.
Oggi, il conte Pieralvise Serego Alighieri, colto appassionato di storia e letteratura, profondo conoscitore delle cose agricole e del vino, ha due figlie, Massimilla e Marianna, che a quanto pare continueranno a diffondere le vicende dei possedimenti di Valpolicella, passando anche attraverso la tradizione della vite.
Ma il Casale degli Alighieri ha cento cose da raccontare. Come quella volta che Dante Serego Alighieri, padre dell'attuale proprietario, nella notte tra il 25 e 26 aprile 1945, salvò la casa, il paese e la collina, facendo ubriacare (di Vaio Armaron ovviamente) gli ufficiali tedeschi incaricati di far saltare in aria la polveriera, mentre la Wehrmacht era in fuga e l'esercito alleato incalzava. Ma questa è un'altra storia.

Aldo Trivellato