Cosi il battaglione Cadore nel 1943 rinacque «in nero»


Aveva costituito il simbolo della nostra difesa territoriale, la bandiera dell'autonomia e del «fai da te» nella salvaguardia delle nostre crode, quasi ideale continuazione delle famose 'Cernide", che i cadorini mettevano a disposizione della Serenissima, ma solo per combattere in casa propria e per le proprie case. Intendiamo parlare del glorioso Battaglione 'Cadore", uno degli esiti migliori della lungimiranza del Capitano Perrucchetti, che nel 1872 a tanti fedeli montanari pensò bene di dare una bombetta ed una penna d'aquila con il compito di sbarrare all'Austria ogni passo d'alta quota. La Repubblica di Salò, 60 anni fa, nel disperato tentativo di darsi una credibilità militare e culturale, attinse a piene mani, ma senza successo, a siffatto patrimonio di storia e di esperienza, lucrando sul prestigio e sul fascino di un corpo che neanche lo sfacelo del II conflitto mondiale era riuscito a dissolvere del tutto. Originato dalle 'mitiche" compagnie 67ª e 68ª, il Battaglione Cadore era nato ufficialmente il 1º novembre 1886, e dopo essere stato a lungo impiegato nella Grande Guerra e poi in Africa, dal febbraio 1936 era passato alle dipendenze del 12º Regg. Alpini e poi nel 1937 del 7º, con cui partecipò alla guerra mondiale sui fronti occidentale, greco-albanese e montenegrino. Nel settembre 1943, a seguito dell'armistizio, si era sciolto in Piemonte. Fu in tale contesto di bailamme materiale e morale che il col. Renato Perico, già figura di spicco della guerra in Grecia e Albania, ebbe l'idea di richiamare sotto l'egida repubblichina tanti militari dispersi. Cosi il 10 novembre 1943 veniva istituito a Conegliano un Centro Raccolta Alpini (Cra) della Rsi e si provvedeva alla graduale costituzione del Battaglione Alpini 'Cadore". L'organico si rifaceva alla più classica tradizione, organizzato sulle compagnie 67ª, 68ª e 75ª, cui veniva aggregata la 23ª Batteria e una compagnia Comando e Servizi.
I comandanti che si avvicendarono furono il ten. col. Renato Perico (dal novembre 1943 al febbraio 1944), il cap. Lorenzo Malingher (fino al marzo 1944), il ten. col. Ippolito Radaelli (fino a ottobre 1944), il cap. Alberto Aurili (fino al gennaio 1945).
Il battaglione nel mese di febbraio 1944 fu interamente dislocato a Giavera del Montello con sede del comando presso il Cra a Conegliano (Posta da campo 845) e il 26 aprile 1944 venne trasferito in Emilia, entrando a far parte dei Cars (Centro addestramento reparti speciali) dell'esercito della Rsi e assegnato al 1º Reggimento Cacciatori degli Appennini con forza di 600 uomini. Alla fine di agosto 1944 fu trasferito in Piemonte ed entrò a far parte del Raggruppamento Cacciatori degli Appennini. Il primo di febbraio 1945, ristrutturato in due Compagnie, il battaglione, al comando del Capitano Alberto Aurili, entrò a far parte integrante della Divisione alpina Monterosa come battaglione esplorante e, terminati gli addestramenti in Emilia nel mese di giugno, venne subito impiegato in zone di operazioni e senza alcun avvicendamento sino alla fine della guerra. Nel mese di marzo passò ad Ivrea e fu in Valle d'Aosta ed in Val Chiusella. Il reparto si sciolse alla periferia di Torino nella zona industriale di Venaria Reale, la sera del 26 aprile 1945 e l'insegna del battaglione, fortunosamente nascosta e non consegnata al momento della resa, è stata conservata nella sede del ricostituito Btg. 'Pieve di Cadore". Il reparto venne infine ricostituito il 1º settembre 1953 (sempre alle dipendenze del 7º) con le tradizionali compagnie (Comando, 67ª 'La saetta", 68ª 'La manera" e 75ª 'I camosci") e con la 167ª compagnia mortai 'La signora", ma il 1º giugno 1956 cambiò denominazione in 'Feltre". Il 9 ottobre 1963 partecipò alle operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dalla tragedia del Vajont e nell'ottobre 1975, sciolto il 7º alpini, passò alle dirette dipendenze della Brigata alpina 'Cadore".
L'8 agosto 1992, con la ricostituzione dei reggimenti, venne inquadrato nel 12º rgt. Alpini, partecipando nel 1992 e 1993 a varie fasi all' operazione di controllo antimafia 'Vespri Siciliani", nella zona di Gela (Agrigento).

Walter Musizza e Giovanni De Donà