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Gli Usa davanti allo spettro default


 ROMA. Il Washington Post versione on line, da qualche giorno pubblica un orologio che scandisce giorni, ore, minuti e secondi che mancano al 2 agosto, il giorno in cui il governo Usa potrebbe sospendere i pagamenti ed entrare in bancarotta.
 Il 3 agosto, infatti, il governo dovrà pagare assegni per 23 miliardi di dollari a 29 milioni di americani per la previdenza pubblica. Quell’orologio indica la scure che pesa sugli americani, e non solo: sempre che, nel frattempo, non arrivi un accordo in extremis tra democratici e repubblicani.
 Il presidente Barack Obama, dopo il fallimento degli incontri di sabato, ha convocato i rappresentanti dei due partiti anche ieri (nel tardo pomeriggio per l’Italia). Un patto sul debito va raggiunto prima dell’apertura dei mercati asiatici «perché il default va evitato ad ogni costo», ha detto Obama. Ma il presidente, che non controlla tutto il Congresso, ha davanti l’opposizione repubblicana che cerca di cogliere l’occasione per metterlo alle corde in vista delle prossime elezioni presidenziali.
 Obama chiede il via libera per poter aumentare l’attuale limite del debito Usa che verrà raggiunto, appunto, il 2 agosto. E contemporaneamente vuole raccogliere, attraverso la riforma fiscale, 1.200 miliardi di dollari contro gli 800 proposti dai repubblicani.
 Il presidente, oltre al progetto legislativo per affrontare l’impennata dei costi pensionistici e sanitari, vorrebbe aumentare anche le entrate eliminando sgravi e facilitazioni fiscali per aziende e per i contribuenti più ricchi che erano stati introdotti dalla precedente amministrazione repubblicana Bush. L’opposizione ovviamente si ribella e imputa alla Casa Bianca la responsabilità dell’eccesso di uscite sulle quali pesano, tra l’altro, anche le ingenti spese militari e gli aiuti prestati a banche e aziende dopo la crisi del 2008.
 Ieri lo speaker della Camera, John Boehner, massimo esponente repubblicano, ha detto di voler presentare una nuova proposta. Ma la presidenza ha fatto sapere di non accettare soluzioni a breve che costringerebbero Obama a riaprire le trattative l’anno prossimo. E soprattutto che esporrebbero gli Stati Uniti al rischio di un abbassamento del giudizio di rating, come ha già minacciato l’agenzia Standard & Poor’s.
 Le preoccupazioni di Wall street, infatti, sono concentrate ora sulla prospettiva di un mancato ampio accordo sulla riduzione del deficit e del debito che potrebbe tradursi in un abbassamento del giudizio sulla solvibilità degli Usa. E’ un’eventualità che ha lasciato nel più assoluto silenzio i cinesi, primi sottoscrittori al mondo dei titoli di stato americani.
 Tale scenario, ha detto ieri un analista di JPMorgan, creerebbe uno shock sui mercati finanziari che oggi daranno pure la loro risposta all’accordo raggiunto in Europa per salvare la Grecia.
 Le negoziazioni tra democratici e repubblicani, tuttavia, fanno progressi, h a fatto sapere ieri il segretario del Tesoro Usa, Timothy Geithner. Geithner ha anche annunciato un rallentamento dell’economia Usa nel secondo trimestre, prevedendo ora sei mesi migliori, ma senza una consistente riduzione del tasso di disoccupazione.
 

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- Mauro Pertile