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I 70 anni di Bob Dylan I fan bolzanini festeggiano il poeta del rock


È da quando compì i trent’anni che a ogni decennale raggiunto da Bob Dylan si prova meraviglia. Pare impossibile che sia già così vecchio, figuriamoci oggi che ne fa 70. A seconda delle generazioni, nelle orecchie c’è infatti sempre la voce aspra da ragazzo dei suoi primi capolavori degli anni ’60, per i meno anziani al limite quella un po’ garrula del «giovin signore» nel suo periodo campagnolo o quella forte della piena maturità tra la metà dei ’70 e i primi ’80. Anche l’iconografia di questi periodi prevale di gran lunga su quella delle decadi successive, come ha notato divertito lo stesso Bob non più di dieci giorni fa, raccontando ai suoi fans - la prima volta in assoluto - dalle pagine del sito ufficiale Columbia, dei concerti tenuti nell’aprile scorso a Hong Kong e Pechino, città in cui il suo volto da giovane troneggiava un po’ ovunque insieme a quelli di Joan Baez, Che Guevara, Jack Kerouac e Allen Ginsberg, probabilmente sconosciuti al pubblico intervenuto agli show. La gente, ignorando bellamente il battage mediatico che lo aveva dipinto come un’icona anni Sessanta, a detta del protagonista ha risposto invece con entusiasmo alle canzoni dei suoi ultimi quattro o cinque album. C’è un Dylan che invecchia, dunque, ma nonostante tutto continua ad ammaliare? Diremmo di sì. E a buon diritto.
 Negli ultimi trent’anni di carriera d’altronde non sono mancate cose memorabili e il carro di Tespi che trascina in giro per inesauribili tour mondiali che hanno toccato, altro segno di come i tempi sono in effetti cambiati, per ben tre volte anche la nostra regione (in ordine di tempo a Merano, Bolzano e Trento), è diventato una sorta di monumento nazionale itinerante alla musica popolare statunitense del ’900. Sulle ali del country, del rock’n’roll e del blues, con spruzzate di vaudeville e di swing, la sua voce è una carta geografica spiegazzata che conduce a rivedere sotto una luce sempre diversa i luoghi classici del percorso artistico dell’uomo. Un vecchio juke-box che però non smette di piazzare melodie di una semplicità e di un’efficacia disarmanti, così come di irradiare visioni grazie alla penna ancora tagliente con cui a volte si ricorda di riempirle. Certo c’è anche il nonnetto un po’ guardone che compare in uno spot di lingerie femminile, qui ormai inadatto comunque a destare scandalo, l’uomo d’affari che deve rispettare gli impegni contrattuali anche se magari non sta tanto bene, il pittore, il dj radiofonico, l’autobiografo di «Chronicles» e ci sono come sempre tanti Dylan, almeno uno per ogni appassionato. Abbiamo raggiunto tre tra i suoi più grandi estimatori e connoisseur bolzanini per parlarci del loro idolo, soprattutto nel suo scorcio più recente di carriera, in occasione di questo specialissimo compleanno. Si tratta del giornalista, scrittore e musicologo Paolo Carnevale; di Andrea Brillo, vicedirettore della Cassa di Risparmio euno dei più grandi collezionisti italiani di Dylan; e del musicista e autore di canzoni Bobbi Gualtirolo.
 Perché Dylan si è imposto nei vostri gusti musicali?
 Carnevale:
È stato un colpo di fulmine. La maggior parte della gente che frequentavo ascoltava Pink Floyd, Genesis, progressive italico,tutt’al più i Beatles, tutta roba che trovano noiosa. Nel 1978 il suono di «Street legal» mi ha conquistato, per non dire delle parti live del film «Renaldo e Clara», con spezzoni del tour della RollingThunder Revue: esaltante in tutti i sensi!
 Brillo: Il primo contatto c’è stato perché mi piaceva che fosse un artista di cui non riesci a cogliere subito tutto e che riserva aspetti da approfondire sia dal punto di vista contenutistico, sia da quello della performance. Poi anche per il suo modo diretto di arrivare con voce e personalità a chi ascolta.
 Gualtirolo: Ascoltai da «Desire» la canzone Hurricane e mi colpì il suono che aveva, oltre al fatto che andò in classifica con una musica diversa dal solito.
 Un suo verso che vi riecheggia spesso in testa?
 Carnevale:
«My patro saint is a-fightin’ with a ghost/ he’s always off somewhere when i need him most» («Il mio santo protettore sta combattendo con un fantasma/ è sempre da qualche altra parte quando io ne ho più bisogno», da Abandoned love, una canzone dimenticata del 1975).
 Brillo: Ho sempre un ritornello che gira in testa a qualsiasi ora del giorno, a seconda dei diversi momenti della vita: ora il più attuale è «and if my thought dreams could be seen/they’d probably put my head in a guillotine» («E se i miei sogni e pensieri si potessero vedere, probabilmente metterebbero la mia testa in una ghigliottina», ultimo verso di It’s alright ma, da Bringing it all back home).
 Gualtirolo: «Well, the deputy walks on hard nails and the preacher rides a mount» («Bene, il deputato si arrampica sugli specchi e il prete cavalca un monte», da Shelter from the Storm, un brano di Blood on the tracks).
 Al di fuori del mito, la miglior canzone scritta da lui negli ultimi trent’anni?
 
Carnevale: «Love sick» che apriva il disco del 1997 e che dopo un decennio («Oh mercy» non mi ha mai entusiasmato) mi ha riconciliato con Dylan trovandosi in apertura del disco.
 Brillo: «Most of the time», un brano con cui è facile immedesimarsi anche se è una cosa che appartiene al suo vissuto.
 Gualtirolo: «Series of dreams».
 La pagina peggiore di questi ultimi trenta?
 Carnevale:
Gli ultimi due dischi, tre se includiamo anche quello con le canzoni natalizie.
 Brillo: Musicalmente gli album impostigli per ragioni contrattuali alla fine degli anni ’80 dalla casa discografica, dischi come «Empire burlesque» e «Down in the groove». Non apprezzo poi i suoi film, né come scrittore, né come regista o attore.
 Gualtirolo: Il disco «Down in the groove», pur con qualche pezzo carino.
 Che regalo di compleanno gli fareste?
 
Un po’ d’ispirazione e magari una sessione di registrazione con Ry Cooder, con cui lo scorso anno ha realizzato una bella cover di un brano di Woody Guthrie. E perché no, un gruppo nuovo, quello con cui gira ora non mi piace affatto e rimpiango molto la band che aveva all’inizio del nuovo millennio, con Larry Campbell e Charlie Sexton.
 Brillo: «Una bella settimana a casa mia sul Garda, in mezzo a migliaia dei suoi bootleg, per autografare il tutto e mangiare qualcosa di buono cucinato da me, magari in compagnia di qualche addetto ai lavori e con la speranza che lui voglia fare una suonatina...»
 Gualtirolo: »Una bottiglia di pane...»
 Bottiglia di pane? Riascoltare i «Basement Tapes», capolavoro non-sense pubblicato molti anni dopo essere stato registrato, per comprendere. Con Dylan il miracolo è sempre possibile. Buon compleanno, Bob, da tutti noi.
 

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- Daniele Barina