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Pensare alla convivenza senza guardare sempre al passato

 Che è all’insegna del perdono e in questo ha spesso contro tutta la sua comunità, che vorrebbe invece rendere ai bianchi almeno una parte dell’ingiustizia commessa. Ma alla fine ha ragione lui e riesce a evitare guerre e rivalse nella sua terra. Questo è l’insegnamento di questo film che consiglio a tutti gli altoatesini (o sudtirolesi o come vogliamo chiamarci).
Mi sono commossa, in quella sera sotto le stelle, a vedere nascere un esempio di convivenza che ha ben più impegnative ipoteche rispetto alla nostra piccola provincia. Secoli di dominazione e sottomissione, un regime di Apartheid che sembrava insuperabile, decine di anni di prigione per il leader stesso. Eppure lui, Mandela, esce da quest’esperienza con lo spirito della convivenza, a tutti i costi. Non transige su questo ed è pronto a giocarsi la faccia e la fama per questo unico e principale obbiettivo.
Ora io penso che in politica non si debba fare nulla “a tutti i costi”, perché è fatale non avere una seconda via. Ti rende ricattabile e debole. Ma sulla convivenza ho un’idea diversa e Mandela (o perlomeno il Mandela che Eastwood disegna in questo film) me lo conferma. Immaginiamo allora se anche in Alto Adige iniziassimo tutti e tutte a mettere la convivenza davanti a tutto. E a dire, tutti e tutte, “quel che è stato è stato”. La storia la conosciamo. C’è stata un’annessione assurda sotto ogni punto di vista (storico, etnico, geografico). Ci sono stati i fascisti che hanno tentato in tutti i modi (anche attraverso la toponomastica) di sottomettere la popolazione tedesca. Ci sono state le Opzioni e il Nazionalsocialismo. Nell’intento di riequilibrare uno sbilanciamento si è introdotto la proporzionale etnica che ha portato per decenni svantaggi agli italiani - che non a caso hanno sviluppato un disagio profondo con una perdita del senso di appartenenza. I tedeschi dal canto loro sono “i padroni” nella loro Heimat, ma si sentono sempre più a disagio in quest’Italia che percepiscono ogni giorno più sciovinista.
Ma nonostante questo, proprio per questo, diciamo: “quel che è stato è stato”.
Ho semplificato al massimo, ma penso che se un pensiero di questo tipo, pur nella sua semplicità, fosse alla base della nostra idea comune di “Heimat”, non ci sarebbero più colpe da addossare (tipo i nomi del Tolomei, tipo l’avvantaggiarsi dei tedeschi nei posti pubblici) o da scontare. Ecco questa la mia semplice proposta per la nostra terra. Lasciamo il passato alle spalle - con la piena consapevolezza di quella che è la nostra storia. In quest’ottica possiamo anche finalmente accettare che i luoghi del Sudtirolo abbiano due nomi. E possiamo darci la libertà di usarli ognuno/a come li sente risuonare nel cuore.
- Brigitte Foppa