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La ragazza degli Ottomila


 BOLZANO. Catapultata sul palcoscenico principale, invitata da attori che l’Oscar (quello dell’alpinismo) lo hanno già vinto. «Lo so, una cosa del genere è unica, è un sogno. E un’opportunità che non intendo lasciarmi scappare». Tamara Lunger, 23 anni, ha già programmato lo stop agli studi, nonostante sia ad un passo dalla laurea breve in scienze motorie ad Innsbruck. «Un anno per capire dove voglio arrivare, cosa posso fare». In testa, un solo obiettivo: salire un 8000.
 Lo scorso settembre Tamara era nella cordata di Simone Moro, l’alpinista bergamasco (e moglie bolzanina) che sta scrivendo pagine memorabili sulle vette himalayane, con delle prime assolute invernali e senza ossigeno. La salita al Cho Oyu con Tamara - uno dei 14 Ottomila della terra - è però saltata per le difficoltà ad entrare nel Tibet, blindato dalle autorità cinesi, soprattutto a ridosso dei festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione.
 Diciamo la verità. Tamara non ha ancora fatto nulla di speciale in montagna. E’ tutta «colpa» di Simone Moro se questa ragazzona di San Valentino in Campo, un fisico davvero potente, è stata buttata in mezzo ai riflettori: «E’ lei il futuro dell’alpinismo femminile», ha sentenziato qualche tempo fa Moro. Scatenando l’inevitabile interesse mediatico attorno alla ventitreenne della val d’Ega.
 La domanda: perchè proprio Tamara? Quando il Destino tesse le sue trame, lo fa partendo da lontano. La moglie di Simone Moro, Barbara Zwerger, eccellente arrampicatrice, è stata insegnante di ginnastica di Tamara alla scuola media: «Lei mi ha portato la prima volta in falesia». Poi ha conosciuto il grande alpinista bergamasco in occasione del ballo della maturità: «Li ho invitati tutti e due e sono venuti. Ho chiesto a Simone: “Perchè non mi porti con te su un 8000?”. E lui mi ha detto di sì».
 Una di quelle promesse che poteva tranquillamente finire nel cestino. Invece? «Invece... Per quattro anni non l’ho più sentito. Poi l’ho “incontrato” nuovamente su Facebook e sono tornata alla carica: “Allora, quando mi porti con te?”. E lui: “In settembre”. Non ci volevo credere». Con quella spedizione c’erano anche Hervè Barmasse, ed Emilio Previtali, altri due nomi grossi dell’alta montagna.
 «Siamo rimasti “solo” 23 giorni, un’esperienza straordinaria». Con qualche inevitabile difficoltà di acclimatamento: «A 6.200 metri ho sofferto un po’ - ammette Tamara - ma ci vuole tempo per abituare il corpo. Una sera mi sono svegliata dopo un’ora e mezza di sonno, convinta fosse mattino...». La vetta, però, deve attendere: «In marzo provo il Lhotse con una cordata guidata da Denis Urubko, che poi tenterà una nuova via con Simone sul Lhotse».
 Sia chiaro, a Tamara le porte di questo mondo non si sono spalancate per caso. Alle spalle ha tanti anni di agonismo ad alto livello: slittino, orienteering, corsa, disco (è stata vice campionessa italiana juniores). Poi lo scialpinismo, passione ereditata da papà Hansjörg. Tamara fino allo scorso anno è stata nella nazionale under 23: «Ma ho dovuto lasciare per problemi alle ginocchia, soffrivo troppo. Ad un certo punto vedevo le avversarie sempre davanti...». In questi anni si è forgiata il fisico e la mente.
 Abbandonato l’agonismo, si è dedicata all’escursionismo puro e lo scorso inverno è stato da sogno per gli appassionati delle pelli: «Tutto sommato lo preferisco alle gare, che hanno “appena” 1.500 metri di dislivello. Io sotto i 3000 metri non ho soddisfazione».
 La montagna è...? «Tutto. E’ la mamma che abbraccia e culla il bambino. Al momento non penso ad altro». Ma la Grande Madre dà la vita e la toglie... «Sì, ne sono consapevole. Nella mia prima spedizione ho conosciuto Roby Piantoni e Tomaz Humar, una persona straordinaria. Non ci sono più». I tuoi genitori? «Mi appoggiano. Ma quando sono morti Piantoni e Humar mi hanno detto: “Ecco, adesso capisci cosa potremmo provare se succedesse a te”. Sono però convinta che la paura non deve fermare una passione autentica». La paura che Tamara ha già assaporato: «Un giorno ho detto ad un mio amico: mi piacerebbe fare la Nord dell’Ortles. Il giorno dopo ero sulla parete ghiacciata. Si è staccato un pezzo di seracco e dietro di noi c’erano otto alpinisti. “Sono tutti morti”, mi sono detta. Per puro caso nessuno si è fatto male. Poi è arrivata la neve e per il rientro abbiamo impiegato otto ore. Ho pensato: ma chi me l’ha fatto fare? Tre giorni dopo, però, volevo essere di nuovo lassù».
 Lo spirito di chi ama davvero la montagna. E per Tamara, se sono rose, fioriranno.
- Gianfranco Piccoli