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Cristiano De Andrè «Finalmente riesco a cantare Fabrizio»


 TRENTO.  Cristiano De Andrè verso Trento - porterà il suo progetto con le canzoni del padre domani al Palasport, ore 21 -, tappa obbligata nei tour di Fabrizio, anche in quell’ultimo indimenticabile tour del 1998 che lo vide poi replicare al Palasport di Bolzano. A Trento con una medaglia appena conquistata: domenica il Mei - meeting nazionale delle etichette indipendenti - ha premiato “De Andrè canta De Andrè” come “Tour dell’anno”.
 Che cosa significa questo premio e che cosa smuove, emotivamente, il ritorno in un posto conosciuto finora per la frequentazione assieme a Faber?
 Il premio è importante, perché è il riconoscimento ufficiale di quello che mi aveva già detto la gente, tanta gente, che viene ai concerti. Il progetto piace al pubblico ed evidentemente è piaciuto anche agli addetti ai lavori. Trento? Non posso dimenticare quell’ultimo tour con mio padre, e comunque fa sempre piacere ritornare in un posto dove sai di essere accolto con affetto, con grande calore.
 È stato il decennale dalla scomparsa di Fabrizio a far scattare la molla di questo progetto, oppure è la naturale, inevitabile concretizzazione di un’idea maturata negli anni?
 Il decennale non c’entra, direi che è stato una coincidenza. Michele Torpedine e Angelo Carrara (notissimi produttori di tour e dischi, ndr) mi avevano proposto questo progetto altre volte, ma ho potuto accettare soltanto quando il dolore è finalmente decantato, quando i miei anni difficili sono diventati più facili. Quando sono stato in grado di cantare una canzone di mio padre fino in fondo, senza farmi interrompere dall’emozione. E questo momento ha coinciso con i 10 anni, un numero tondo che per me significa archiviare un brutto periodo.
 Si legge, nelle giungla di internet, che Cristiano De Andrè è uscito da un lungo periodo negativo - una serie di lutti attorno a quello del padre, poi uno spaesamento interiore e professionale - attraverso un viaggio in India e l’incontro con la filosofia ayurvedica. È così?
 Il viaggio c’è stato, ma il miracolo è leggenda. Certo qualche trattamento orientale mi ha fatto bene, ho imparato qualche tecnica yoga, ma poi nel nostro mondo occidentale è difficile fare una vita diversa da quella che facciamo.
 “De Andrè canta De Andrè” è il tributo dei tributi, quello che fa il punto dopo dieci anni di celebrazioni più o meno artistiche. Ma c’è qualche cosa che Cristiano fa meglio di Fabrizio? Che cosa aggiunge al repertorio del padre?
 Era troppo grande per fare meglio qualcosa. Nel mio piccolo ho dato un vestito nuovo e originale ad alcune sue canzoni, ho raccolto il testimone - io la chiamo testimonianza, non tributo - e vado avanti, fra qualche complimento ma anche qualche malignità.
 Un’eredità preziosa, con dentro anche una forte idea anarchica: non esistono poteri “buoni”. Dentro la cronaca di oggi, un pensiero che acquista forza, o no?
 Assolutamente sì. Purtroppo oggi prevale la paura, che porta a fidarsi del primo che passa, a delegare.
 Nel repertorio di Fabrizio, e anche in quello scelto per questo tour, diverse canzoni in dialetto. Che cosa pensa del rilancio del dialetto a Sanremo, con risvolti persino politici?
 Mio padre e Mauro Pagani hanno rilanciato il dialetto in tempi non sospetti. Oggi bisogna tenere conto degli immigrati, di altre culture che avanzano, che contaminano la nostra musica. Chi usa il dialetto contribuisce a salvare una certa cultura, ma non lo si può usare come una bandiera, per chiudersi verso gli altri.
- Fabio Zamboni

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