giovedì 11.03.2010 ore 05.58

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Le Vbb fanno centro

  BOLZANO. Era il 1966 quando Joe Masteroff, Fred Ebb e il compositore John Kander misero mano a «I am a camera» di John Van Druten, il quale a sua volta si era ispirato al racconto di Christopher Isherwood «Goodbye to Berlin», e crearono uno dei musical più articolati e affascinanti della storia dello spettacolo, «Cabaret». Nel 1972, con Liza Minelli nei panni di Sally Bowles, il film vinse ben 8 Oscar, fu giudicato un capolavoro. Eppure l’operazione di trasporto dalle tavole del palcoscenico al grande schermo, tolse gran parte del fascino al musical. Fascino che ricompare intatto e forse amplificato nella versione con cui le Vbb chiudono la loro stagione e che resterà in scena al Teatro Comunale fino alla fine del mese. Forse uno dei musical più riusciti delle Vbb, anche se il pubblico, nelle due prime serata, non riempiva tutto il teatro.  Il fulcro intorno al quale gira tutto il lavoro è, senza ombra di dubbio, il famoso Kit Kat Club e soprattutto l’atmosfera fumosa, decadente, ambigua, eccessivamente rilassata. Intorno pulsa la vita di Berlino, città piena di contraddizioni per tutta la sua storia. L’hanno divisa in due da un muro, ciononostante è sempre stata, ed è tornata ad essere, nel bene e nel male, la capitale vera della cultura (e disgraziatamente anche della politica durante il periodo nazista) d’Europa. All’inizio degli anni’30, quando si svolge la vicenda di “Cabaret”, Berlino viveva come sempre rilassata sui suoi allori, la vita scorreva frenetica di giorno, ma soprattutto di notte, nei famosi Cabaret. I berlinesi non si resero conto, o se ne resero conto quando ormai era troppo tardi, che su di loro si stava abbattendo la più grande catastrofe della storia umana. La versione delle Vbb ha diversi pregi: il Kit Kat Club non è sul palco, ma nel parterre e gli spettatori sono direttamente coinvolti nella messinscena. Le canzoni sono per la maggior parte in inglese, ma è recitato in tedesco, e anche questo contribuisce a dare credibilità alla vicenda e coinvolgere lo spettatore. La scenografia creata dal tedesco Manfred Gruber è allo stesso tempo imponente, sfavillante, ma anche molto malleabile. L’orchestra diretta da Steve Lloyd fa parte anch’essa della scena e invece di essere nella classica buca è sul palco. E infine, ma non alla fine, il cast, decisamente di prim’ordine. Da tenere d’occhio soprattutto Tomas Tomke, giovane ed esplosivo talento emergente, nella parte del maestro di cerimonie del club, e l’altrettanto giovane Franziska Lessing nei panni di Sally Bowles. E poi, naturalmente, ci sono i pregi classici del musical: musiche orecchiabili che ormai sono entrate nell’immaginario collettivo di noi tutti, molte parti recitare tanto da essere quasi un teatro musicale, una storia intensa e drammatica a cui fa da sfondo la nascita del nazismo.  Di cui però, nell’ambiente ovattato e fumoso del Kit Kat Club, è difficile rendersi conto: solo una pietra che rompe la vetrina del negozio dell’ebreo Schultz. Qualche svastica attaccata a un paio di giacche. Un treno che parte. Ma al Kit Kat la vita va avanti come sempre. - Daniela Mimmi

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    Daniela Mimmi

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