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In bilico sul muro del lager


Una «presenza non ignorabile l’incontro con il muro. È stato così forte che non ho potuto ignorarlo. Avevo deciso di non accettare l’invito del Museion, ma l’impatto con il muro del Lager di Bolzano, è stato qualcosa che non ho potuto evitare». Sono parole di Rosella Biscotti, l’artista d’origine pugliese, ma da tempo residente a Rotterdam dove lavora, creatrice del progetto visivo: «Everything is somehow related to everything else, yet the whole is terrifyingly unstable» che sarà inaugurato domani alle 18 al Piccolo Museion di via Sassari 17/25, dove si trova “Il Cubo”, un museo all’aperto realizzato da Alberto Garutti. Un’idea commissionata dal Museion diretto da Letizia Regaglia. «Ogni cosa è legata ad ogni altra, ma il tutto è terribilmente instabile», il titolo nella versione in lingua italiana che spiega l’intensa indagine dell’artista nel quartiere Don Bosco, da cui è scaturito un lavoro incentrato sul perimetro del lager di via Resia. Una scelta non dettata da interesse storico, ma da un più ampio interesse artistico ma, visto il risultato, anche sociologico, frutto di un’analisi acuta di Rosella Biscotti, nel campo socio-antropologico, da sempre impegnata in questo settore creativo. Le modalità di realizzazione si sono basate su sopralluoghi sul territorio, interviste agli abitanti, riprese video-fotografiche realizzate dal fotografo Gennaro Navarra (che compongono l’allestimento che si compone di pannelli fotografici). Attenta alle stratificazioni storiche sia fisiche che emotive, l’artista ha voluto ambientare il suo progetto proprio dove il lager è stato abbattuto e al suo posto sono nati degli edifici abitativi. Il suo agire l’ha portata a camminare sul muro dove ha incontrato gli abitanti del quartiere e la sua esperienza si è potuta realizzare grazie anche alla collaborazione del Centro civico Don Bosco, Associazione Vispa Teresa e Villa delle Rose. Con il passare del tempo, il muro è diventato parte della vita di tutti i giorni e ha mutato la sua funzione mantenendo al contempo una forte presenza fisica. Per Rossella Biscotti è stata anche una sfida fisica ed emotiva molto particolare.
Lei confida di soffrire di vertigini, ma sulle foto si vede camminare sul muro. A quale intenzione si deve questa scelta?
 «Quella di mettere in evidenza l’esistenza del muro e creare un collegamento tra la mia vertigine e la forma scientifica della memoria. Volevo dimostrare le coincidenze che si creano tra le immagini, le sovrapposizioni di essere sul muro con le vertigini che mi procura questo gesto. Si creano così delle relazioni tra memoria ed equilibrio, contesto urbano e vita sociale quotidiana. Io non volevo entrare, da straniera, in questa ferita della città che ha patito la presenza del lager, altri sono riusciti in questo intento nel raccogliere le testimonianze».
Ma nelle sue immagini si vedono gli abitanti del quartiere che condividono con lei l’esperienza. Come hanno reagito alla sua esperienza?
 «È stato straordinario vedere gli abitanti che si sono avvicinati di spontanea volontà. Con loro è nata una conversazione a più voci e sono emersi i loro ricordi. Chi ha parlato dell’infanzia, quando da bambino veniva portato dalla propria madre a vedere il posto tremendo che era stato il lager, per poi tornare da grande a viverci. Non c’è rimozione negli abitanti, anzi, ho trovato una grande collaborazione da parte di tutti. Specie dall’Archivio Storico del Comune che mi ha fornito delle preziose informazioni. C’è stata accettazione perchè io ho voluto coinvolgerli prima della mia esperienza, ho spiegato loro l’iniziativa».
Che cosa l’ha colpita di più del muro?
 «Capire che i resti del muro sono conservati come parte istituzionale dentro la città per tenere alto il ricordo e la memoria e allo stesso tempo funge da muro che separa le case dalla strada come arredo urbano contemporaneo».
Lei è anche la regista di un film molto particolare realizzato a New York che parla di mafia...
 «Racconto la storia vera di Joe Pistore, un agente dell’F.B.I infiltrato nella mafia italo - americana che ancora adesso vive sotto protezione. Per la prima volta si è mostrato in pubblico. Un film sulla memoria di fatti accaduti venti anni fa, e lui è l’unico testimone che racconta cosa era successo. Mentre lo intervistavo è accaduto che la polizia arrestasse altri membri della famiglia Bonanno, la stessa che Pistore riuscì a far condannare. Da questa vicenda è stato tratto anche il film Donnie Brasco. Il mio sarà presentato il 25 aprile al Festival del cinema Fair Play di Lugano e in settembre a Lucca e Rotterdam».
- Roberto Rinaldi