12 agosto 2006 —
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sezione: SpettacoloCultura e Spettacoli
«Occorreva la penna lieve di Mariù Safier» scrive Aldo Alessandro Mola nella prefazione del libro «per ripercorrere una tragedia così emblematica.(...) Mariù Safier ci fa sentire Mafalda come parte di noi.» La scrittrice e giornalista, popolare voce radiofonica, ha pubblicato a maggio un altro libro: «Mafalda di Savoia Assia. Un ostaggio nelle mani di Hitler» (ed. Bastogi, 165 pagine, 15 euro). La giornalista romana ha fedelmente ricostruito il dramma di Mafalda di Savoia-Assia, secondogenita di Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro e moglie del principe Filippo. La sorte di Mafalda fu quella di centinaia di migliaia di connazionali, costretti a sfuggire per non finire nei lager dei nazisti. Da quando Hitler aveva ideato il piano per catturare il Re dItalia, la Regina e il principe ereditario, anche la principessa Mafalda si trovò in pericolo. Un pericolo dal quale non riuscì a salvarsi: morì il 28 agosto 1944 a Buchenwald, dove fu colpita durante un bombardamento. Mafalda aveva appena 42 anni.
Un elemento particolarmente interessante per la nostra memoria di quel periodo viene toccato nellappendice del libro, «Lultima verità», in cui Safier parla di tre misteriose settimane nella vita della nobile donna. «Lunica testimone diretta rileva che, di quelle settimane, Mafalda non voleva parlare, anzi si agitava...» Un passaggio senza tracce. Tre settimane che non ha passato in Germania, ma, invece, come rivelarono le ricerche, in Alto Adige. La prima tappa del suo calvario non laveva passata in una villetta sul Wannsee, come fu erroneamente trasmesso da una lettera, ma, per tre settimane intere, Mafalda era stata nel lager nazista di Bolzano.
Unico testimone di questa interessante scoperta era Pietro Galtarossa, bolzanino e dipendente della Lancia di Bolzano. Grazie ai suoi racconti, trasmessi alla figlia e arrivati così a Safier, la scrittrice è riuscita a recuperare un altro elemento mancante. Galtarossa aveva cercato di sostenere alcune prigioniere del lager, tra quelle cera anche Mafalda di Savoia-Assia. Un ricordo tragico per il signor Galtarossa, il giorno in cui la principessa fu chiusa in una dei vagoni piombati diretti in Germania. Un amaro ricordo del quale non ha mai potuto liberarsi, ha raccontato sua figlia alla scrittrice. Mariù Safier cita nel suo libro il gesto compiuto dal Comune di Bolzano nel 2005 che, in occasione della manifestazione per il 60º anniversario della Liberazione, ha fatto collocare opere artistiche in diversi siti della memoria. La storia del bolzanino Pietro Galtarossa, la storia di un uomo che ha visto e condiviso le sofferenze di molte vittime, rinchiuse a Bolzano, è solo uno degli esempi di umanità e solidarietà avvenuti qui in quel periodo. Diversi dirigenti di fabbriche, come la Lancia, Feltrinelli Masonite, Calzaturificio Rossi ed altri, si resero protagonisti di grandi atti di umanità. Svolsero una sistematica opera di salvataggio assumendo molti giovani nelle loro fabbriche. Grazie al loro aiuto, al «tesserino di lavoro» non vennero arruolati nellesercito e sfuggirono ai campi di concentramento. «Siamo grati a queste fabbriche - ha detto commosso Luigi Menegazzo, allora operaio - perché ci hanno salvato la vita, evitandoci la deportazione.» Gli anni terribili della Seconda Guerra Mondiale sono uno dei periodi più tristi della nostra storia e continueranno a far parte della nostra memoria. Anche quando tutti coloro che lhanno vissuta non ci saranno più.
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Veronika Wolf