ARCHIVIO Alto Adige dal 2004

Senza Titolo

 Unipol, ovvero la «finanza rossa» delle cooperative; dall’altro, invece, vi sono i più tradizionali equilibri della Razza padrona nostrana. Poi, oltre ai potentati locali, della partita sono capitali spagnoli, con «Bbva», olandesi con «Abn Amro» e tedeschi con Deutsche Bank. Insomma, l’egemonia di Mediobanca e di Fiat sulla finanza privata del Belpaese è finita. La guerra della finanza in corso deciderà i suoi nuovi assetti.
 Oltre che i Palazzi del potere, la questione riguarda da vicino l’opinione pubblica in quanto il risparmio ed il suo impiego tocca tutti.
 Comunque, il risiko bancario su Anton-Veneta e Bnl, pur con ombre, ha novità positive. La contendibilità delle nostre banche, necessitate a crescere per essere dei player strategici nel mercato del denaro globale, in primo luogo; poi il riconoscimento della liceità, dopo resistenze iniziali di Bankitalia, delle Offerte pubbliche di acquisto (Opa) ostili, cioè sostanzialmente nemiche del management dell’impresa scalata: perché solo così può cambiare il potere economico. E positiva, pur emergendo dubbi sulla forza finanziaria di Unipol, è l’idea di business a nome della quale Unipol medesima attacca Bnl: la costruzione di un polo bancario-assicurativo all’altezza di Eurolandia per dimensioni raggiunte di economie di scala.
 Purtroppo, però, la guerra delle banche italiana presenta altresì zone d’ombra che riguardano sia la trasparenza che lo stile di governance del nostro mercato finanziario. Inoltre, il risiko bancario, mostrando la labilità dei confini tra aziende e politici di riferimento, è potenzialmente lesivo della democrazia italiana.
 In questa prospettiva, sarebbe tragico che al caso Mediaset, per la Destra, si aggiungesse, per la Sinistra, quello della «Finanza rossa» di Unipol: perché un ulteriore conflitto di interessi sarebbe ancora più delegittimante per il potere democratico-elettivo. Peraltro, esiste una via maestra sia per fugare ogni ombra dal risiko bancario nazionale nel nome di una seria politica del credito. Essa consiste sia nello statuire che chi scala aziende, quale sia il suo regime giuridico, debba essere a sua volta contendibile che, poi, nell’escludere le agevolazioni fiscali alle cooperative quando, come per un’Opa, operano a fini extra-statuto. In fondo, la democrazia economica equivale a corretta governance del mercato.
 L’italianità delle banche è stato il tema ideologico di questa guerra bancaria. Difatti, contro il gruppo spagnolo Bbva e l’olandese Abn Amro si è rivendicata, contro le loro intenzioni di scalare Bnl e Anton-Veneta, la nazionalità dei nostri istituti di credito come elemento necessario alla nostra sicurezza economica nazionale.
 L’argomento, in sé, era piuttosto strano in quanto si tratta di gruppi finanziari di Eurolandia, ossia appartenenti alla stessa area politica ed economica. In altri termini, salvo postulare un’uscita dell’Italia dall’Unione europea, questi di straniero hanno poco o nulla. Ed ora regge ancora meno visto che le «alleanze italiane» contro i conquistadores spagnoli ed olandesi sono appoggiate da istituti come Deutsche Bank, Credit Suisse e Nomura che con il tricolore hanno poco o nulla a che fare. Anzi, paradossalmente, è proprio attraverso la loro presenza che il potere bancario potrebbe ancora più radicalmente abbandonare il Belpaese.
 La ragione è che le guerre, è noto, producono debiti; e la regola vale pure per quelle bancarie. Conseguentemente, chi detiene il debito, ovvero è creditore, finite le ostilità è il vincitore che comanda. Quindi, il potere straniero, cacciato dai Consigli di amministrazione, dove è visibile e contendibile nel mercato, rischia di tornare, ha ragione Onado sul Sole/24 Ore, più decisivo ancora essendo creditore dei vincitori, italiani, delle Opa. Se questa è l’italianità in gioco, è veramente troppo poca cosa: ovvero, solo una scusa ideologica.
 Prima o poi, la contesa raggiungerà, ed è già vicina, i gioielli della Corona del nostro capitalismo: Rcs, Mediobanca, le Generali. La posta in gioco, per l’economia nazionale, è alta. Pertanto, è urgente che il Palazzo del potere, invece che discettare di autarchia creditizia, provi ad impostare una politica del credito decente. Cosa è successo all’ultima riunione del Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio?
Francesco Morosini